Da Gaza al Libano all’Egitto
Non mi dilungo sulla tragedia che sta accadendo in Gaza. Le cronache da una parte e dall’altra sono note a tutti, e questa volta sembra che riesca a fuggire un po’ più di informazioni dai territori isolati della Striscia rispetto agli anni passati. C’è più gente consapevole dell’uso indiscriminato della forza da parte di Israele. Se poi da un lato gli occidentali dicono che Hamas se l’è cercata, è anche vero che i sostenitori di Abu Mazen in Cisgiordania -l’altra parte della Palestina – hanno fatto comunella con i vicini israeliti per parecchio tempo. Il presidente ha condannato gli attacchi, e sospeso i colloqui di “pace” solo alla fine del secondo giorno di bombardamenti.
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Com’è è visto tutto ciò dalla stampa araba? Di certo molto male. Tutti i quotidiani e media parlano di “massacro”. Dopo Hamas, la fiaccola della “resistenza” contro Israele è di certo in mano a Hezbollah. Infatti, i commenti del leader del movimento Hassan Nasrallah dominano il sito web della tv satellitare Al Arabiya e il quotidiano arabo-londinese Al-Sharq al-Awsat, tra gli altri. In un comunicato di domenica sera, Nasrallah ha condannato l’attacco di Israele nel modo più duro, ma ha puntato il dito anche al governo dell’Egitto, della Giordania e degli altri regimi Arabi che, ha detto, stavano cospirando con Israele contro i residenti di Gaza. “C’è una vera e profonda collaborazione” tra quegli stati che “hann già sottoscritto accordi di pace con Israele, per soffocare qualsiasi forma di resistenza”, ha detto ai migliaia di sostenitori di Hezbollah nella periferia sud di Beirut. Ha dunque fatto appello agli Egiziani perché escano nelle strade “a milioni” per forzare il governo ad aprire il confine del Paese con Gaza. Nasrallah ha paragonato i raid che hanno ucciso già più di 350 palestinesi, di cui almeno 60 secondo stime “ufficiali” sono civili – ma molti degli altri erano solo poliziotti – con la guerra di 34 giorni nell’estate 2006 che uccise più di 1200 civili Libanesi e più di 160 soldati di Israele.
“Se i confini con Gaza non saranno aperti”, ha dichiato il segretario di Hezbollah, “l’Egitto si renderà complice dei massacri che stanno avvenendo”. Dalla parte sua il governo egiziano ha fatto sapere che fino ad allora ha fatto già passare 17 convogli con beni di prima necessità nella Striscia.
Il Presidente dell’Egitto Mubarak martedì si è pronunciato in quella che ha chiamato “aggressione selvaggia”, e ha detto che le “mani insaguinate” di Israele stavano facendo crescere sentimenti di collera tra gli Arabi. Tuttavia, ha anche affermato che i confini continueranno a restare chiusi finché la controparte Palestinese riprenderà autorità sul territorio, e potranno essere rispettate le condizioni del patto del 2005. Quest’accordo, che coincise con il ritiro di truppe e coloni da Gaza verso Israele, provvedeva osservatori dell’Unione Europea per monitorare il confine e videocamere di sorveglianza per permettere a Israele di vigilare su ciò che passava.L’accordo poi è cessato quando Hamas a preso il controllo di Gaza scacciando l’ANP, il partito del presidente Abu Mazen.
L’Egitto è sotto pressione dagli Islamisti – anche nella controparte dei Fratelli Musulmani, principale movimento d’opposizione a Mubarak – e dei loro simpatizzanti attorno al globo per non permettere il passaggio di gente e beni. E’ stato permesso ad alcuni abitanti feriti nella devastanza offensiva di quattro giorni di uscire per medicarli e permettere l’entrata di forniture mediche. Ma la polizia egiziana ha anche sparato alcuni colpi in aria per prevenire la fuga di un gran numero di civili da Gaza.
Mubarak ha anche sparato a zero ccontro politici arabi come Nasrallah che hanno stroncato la presa di posizione del governo e incentivo la popolazione ad uscire nelle strade per cambiarla. “Diciamo a coloro che stanno provando ad acquistare del capitale politico grazie alla situazione critica del popolo Palestinese che il sangue Palestinese ha un prezzo”, ha affermato. “Diciamo forte e chiaro che l’Egitto è oltre queste meschinerie e non permetterà a nessuno di estendere la sua influenza oltre i suoi affari.”
(fonte: alarabiya.net; nytimes.com)
Settimana corta? Negli USA, si va già oltre!
Non si tratta solo di settimana corta. Negli USA si va oltre, molto oltre. Nel paese in cui iniziò la crisi globale, i lavoratori non incrociano più le braccia, bensì ormai fanno spallucce.
Bisogna preservare i posti di lavoro, costi quel che costi, visto che il disastro, almeno a breve termine, è inevitabile. Le compagnie americane, già provate da un anno in cui tutti avevano il presentimento di star andando verso una recessione, avevano già cominciato a tagliare, o meglio a selezionare la forza lavoratrice. Mandando via gli scansafatiche. E ora? Non potrebbero mandare via i migliori. Dunque, una bella rammendata e via.
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Un numero crescente di datori di lavoro stanno introducendo una settimana operatrice di soli quattro giorni, vacanze non pagate e licenziamenti “temporanei”, forzati o “volontari”. Aggiunto a tutto ciò, si parla di congelare le paghe, tagliare i fondi pensione e immettere turni di lavoro flessibili – di cui qui in Italia siamo ormai esperti, di cosa in realtà significhi. Questi imprenditori taglieranno i costi senza rimuovere forza lavoro. 
In alcuni casi, gli stessi lavoratori sono d’accordo nei tagli. All’inizio di Dicembre il rettore del Senato di Facoltà della Brandeis University ha proposto ai 300 professori e istruttori di rinunciare all’1% del loro stipendio.Più del 30% hanno aderito volontariamente al taglio, che farà risparmiare almeno 100.000 $ e prevenirà licenziamenti per molti impiegati.
“Non è senza dolori, ma lo è relativamente e potrebbe aiutare un po’ di gente”, ha affermato. Queste tattiche non sono nuove nel sistema american. Ma la loro popolarità crescente negli ultimi mesi riflette le peculiarità di questa recessione, la sua rapida discesa in profondità e il cambiamento delle dinamiche globali.
L’elenco delle compagnie che stanno attuando questi rammendi include Dell (estensione delle vacanze non pagate), Cisco(chiuderà gli stabilimenti gli ultimi quattro giorni dell’anno), Motorola (tagli di salario), Nevada casinos (quattro giorni chiusi) e The Seattle Times, che prevede si risparmiare un milione di dollari con una settimana di licenziamento temporaneo per 500 lavoratori. Ci sono inoltre molte medie e piccole compagnie che stanno provando tali tattiche.
Per essere precisi, questi sforzi sono molto meno diffusi che i veri licenziamenti, e i tagli delle paghe sembrano piuttosto rari. Oltre tutto, la paga all’ora media dei cosiddetti rank-and-file workers, ovvero della semplice classe lavoratrice che costituisce i quattro quindi della forza lavoro, è cresciuta del 3.7 % dal Novembre 2007, secondo gli ultimi dati del Dipartimento del Lavoro. Ed ecco la differenza con il nostro paese.
(articolo tratto dal NYtimes, che però non propone nessuna opinione di un qualche lavoratore, ma solo di imprenditori e di professori universitari. Ogni dato quindi va percepito con diffidenza.)
Indonesia, cancellati diversi villaggi
E’ uno dei paesi più colpiti al mondo dai disastri naturali. Ed è anche uno di quelli in cui l’uomo crea più disastri all’ambiente. Se qualcuno si ricorda, qualche anno fa erano diventate famose delle immagini dal satellite che mostravano una nube nera, estesa per migliaia e migliaia di chilometri, che saliva da un’area dell’Oceano Pacifico vicino all’Australia e si diffondeva in tutto l’est asiatico. Erano le foreste che vengono bruciate ogni inizio di estate per far posto a costruzioni o pascoli, o solo per il legname. Recenti ricerche hanno confermato il fatto che l’Indonesia è uno dei primi paesi al mondo causa dell’effetto serra. Non per l’industrializzazione, ma per il taglio dei boschi. Viene meno la capacità della Natura di assorbire l’anidride carbonica, così che questa, prodotta nel Paese stesso, diventi un fattore determinante nel cambiamento climatico.
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Ma non solo questa tragedia è vissuta. Nel Dicembre del 2006 una compagnia mineraria compie delle trivellazioni nell’Est Java, a circa 600 km da Jakarta, la capitale. Sta cercando del gas naturale. Scende di diversi chilometri, ma ad un certo punto invece del gas, dal buco comincia ad uscire fango liquido e bollente. Non passa molto tempo che sono costretti a fuggire dal posto. Ma il dramma è solo all’inizio. Il fango non si ferma, la pressione che si è creata al contatto con l’atmosfera è abbastanza forte da farlo eruttare in continuazione, prima che si raffreddi. Ma la zona della trivellazione non è isolata. Parliamo dell’Indonesia, un Paese-arcipelago con 222 milioni di persone. 
La fuoriuscita di fango presto è diventata un vero e proprio vulcano, che tutt’oggi emette 100.000 metri cubi al giorno. Prima ha cominciato ad essere distrutta la campagna circostante. Poi, estendendosi il lago di fango, è toccato ai villaggi. L’ultimo, venuto alla ribalta, è quello di Renokenongo. Dodici sono già stati sepolti totalmente o parzialmente negli ultimi due anni e mezzo. E gli esperti dicono che la fuoriuscita di fango potrebbe durare per anni, se non per decenni ancora.
Campi e fattorie, industrie e case vengono sepolti gradualmente. La popolazione ha cominciato a fuggire dalle proprie case e vari centri di rifugio sono stati allestiti in maniera più o meno improvvisata fuori dal perimetro della colata. Ma all’interno della terra non c’è solo fango. Come ogni eruzione vengono espulsi anche diversi gas, più o meno nocivi. Finora, sono stati contati almeno 46.000 casi di intossicazione respiratoria.
I bambini, dove possono andare a scuola, seguono le lezioni con mascherine che servirebbero al massimo contro la polvere. In 5 o 10 anni ci potrebbe essere un’altra emergenza, ancora più grave, legata ai problemi di salute che nasceranno a causa di tutto ciò.
Hanno provato a fermare il disastro. Dapprima sono state scaricate diverse decine di palloni giganti e pieni all’interno della cavità, per formare una specie di tappo, ma questi sono stati semplicemente inghiottiti. Poi si è pensato a deviare il fango verso il vicino fiume. Ma questo avrebbe significato creare un alto rischio di inondazioni della zona. Non potendo far più nulla, le 60.000 persone hanno avuto l’unica scelta di andare via. La compagnia trivellatrice, Lapindo Brastas, ha cercato di appellarsi a cause esterne, come un terremoto che ha colpito una zona non distante due giorni prima delle trivellazioni, e cheavrebbe creato instabilità nella pressione del fango. Un meeting di 74 geologi a Cape Town ha concluso che la trivellazione è stata la causa del disastro, null’altro. Non sono state seguite le normali procedure di sicurezza. Come se non bastasse, lo svuotamento del deposito di fango sottoterra, e il peso crescente in superficie, stanno facendo sì che la zona stia velocemente sprofondando, di circa 12 metri l’anno.
La compagnia ha assicurato che verserà, a chi ne avrà diritto -circa 8000 famiglie – un pagamento mensile di 2500 dollari per ripagarsi la casa e i beni essenziali. Ma la Lepindo è di proprietà, indirettamente, di una delle famiglie più ricche e influenti dell’Indonesia, i Bakrie. Aburizal Bakrie è uno dei principali finanziatori dell’attuale presidente Yudhoyono e serve nel suo governo come coordinatore del ministero per il welfare. Così, con la scusa della depressione economica mondiale, probabilmente i soldi di risarcimento non arriveranno mai in totalità. Per ora, dicono alcune delle persone affette, solo il 20% è stato dato.
Il villaggio di Renokenongo è stato sepolto durante la più grande delle eruzioni, nel Novembre 2007, quando il peso della terra che stava affondando ha bruciato uno dei grandi condotti di gas naturale, provocando un’esplosione con una palla di fuoco in cielo, e uccidendo 13 lavoratori. Una diga di contenimento è stata danneggiata, e il fango è fuoriuscito inondando un’autostrada.

L’area dell’eruzione di fango, foto satellitare dell’11 Ottobre 2008 (by CRISP, National University of Singapore)
USA e Canada, un intreccio in una crisi senza sbocchi
Non c’è pericolo, le industrie automobilistiche non falliranno. E’ troppo pericoloso per l’economia americana, afferma Bush negli ultimi giorni di presidenza. Se il piano di 17 miliardi di dollari è stato bocciato dal Senato, ora si studia un piano per far entrare le tre compagnie in via di bancarotta, Ford, Chrisler e GM nel piano di salvataggio di 700 miliard di dollari approvato poco tempo fa, orginalmente per le banche. Certo, se la situazione fosse più rosea si potrebbe aspettare il cambio di amministrazione e tentare ancora. Ma non c’è tempo, hanno dichiarato che hanno liquidità fino a fine mese. Poi, stop.

L’economia canadese è strettamente allacciata a quella statunitense, per quanto non possa sembrare a prima vista. Specialmente per quanto concerne l’automobile. Il Canada non possiede una dichiarata compagnia nazionale, e si appoggia su quelle dei vicini di casa. Non a caso, Detroit, sede principale delle tre case produttrici, confina direttamente col Paese della foglia d’acero. Il passaggio di confine di americani e canadesi è ovviamente molto frequente, viste le differenze economiche. Quasi come per gli italiani andare in Svizzera a fare benzina. A proposito, qui la benzina costa 0.75 dollari a litro, circa 50 cent di euro. Conveniente no? Negli Stati Uniti è ancora più economica.

Tornando all’argomento precedente, il Canada e l’Ontario, regione di Toronto già con un debito di 164 miliardi di dollari – guarda qui - finanzierà 3 dei 17 miliardi di dollari, dopo averne spesi già molti per evitare i rischi della crisi dei sub-prime appena “passata”. Le tre compagnie hanno diversi stabilimenti nel Paese e, se dovessero fallire, migliaia o decine di migliaia di persone resterebbero senza lavoro, portando anche il Canada in recessione economica. Per puntualizzare, essa è stata già dichiarata quasi ufficiale.
Intanto GM e Honda hanno già licenziato centinaia di lavoratori. Ciò evidenzia come la crisi dei crediti/debiti abbia praticamente congelato la vendita di auto e colpito tutte le compagnie. Tutti gli stabilimenti GM in Nord America saranno chiusi per il mese di Gennaio, così come alcuni impianti che producono veicoli sportivi. Uno stabilimento Chrysler in Windsor, Ontario, che produce mini-van chiuderà per l’intero mese e un altra fabbrica di automobili in Brampton, Ontario, chiuderà per le prime due settimane di Gennaio.
La buona notizia è che tutto ciò ha risvegliato il senso di appartenenza della classe lavoratrice in questo settore, che ha cominciato una settimana fa a scioperare negli stabilimenti in pericolo. Manifestando che i soldi sarebbero serviti sì per non chiuderli, ma che non avrebbero salvato gli operai dal licenziamento, hanno ottenuto, a detta loro a sorpresa, un paio di risultati. Quello che chiedevano, tuttavia, non era niente di eccezionale. Hanno preservato lo spirito americano, hanno gridato e chiesto solo quello che la legge garantiva loro, niente più: la retribuzione delle vacanze non conseguite, e 6o giorni di cassa-integrazione. E’ stato loro concesso. E ora?
Quanto potranno sopravvivere tre delle più grandi compagnie automobilistiche al mondo, con 17 miliardi di dollari, senza più persone che comprano macchine?
Iraq: Guardie Blackwater saranno processate per strage del 2007
Cinque agenti si sono consegnati oggi alle autorità nello Utah
New York, 8 dic. (Apcom) – Cinque degli agenti di sicurezza della Blackwater Worldwide, accusati nell ambito della sparatoria che uccise 17 iracheni nel settembre 2007 a Baghdad, si sono consegnati questa mattina ad una corte federale nello Utah andando così incontro al processo per la strage in cui sono rimaste coinvolte l’anno scorso.
Nel settembre 2007 le guardie della Blackwater uccisero 17 persone a Baghdad sollevando l’attenzione dell’opinione pubblica americana perchè gli uomini aprirono il fuoco senza essere provocati. Tra i morti civili c’erano anche dei bambini.
Ora i 5 dovranno affrontare l’accusa di omicidio colposo a Washington, insieme ad altri capi di imputazione. I loro avvocati vorrebbero però spostare la causa nello Utah dove potrebbero favorire di una giuria popolare più conservatrice e quindi possibilmente più indulgente.
Blackwater Worldwide, che ha il più grande appalto privato per la difesa americana in Iraq, ha sempre sostenuto che i suoi agenti erano stati provocati da dei ribelli. La società ha svolto un ruolo decisivo nel conflitto iracheno dove è presente sin dal 2003, quando ricevette un appalto da 21 milioni di dollari per l’ingaggio delle proprie guardie da parte del governo americano. Attualmente in Iraq si stima che siano presenti tra i 30.000 ed i 40.000 uomini della società.
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