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La Germania nell’inghippo delle banche e della Opel(Fiat?)

Gli specchietti per le allodole dell’economia non sono ancora in frantumi. L’Europa e il Fondo Monetario Internazionale prospettano una ripresa solo ad iniziare dal 2010, mentre quest’anno i PIL dei paesi continueranno a scendere.

La Germania sta riscontrando quasi tanti problemi quanto gli Stati Uniti, dove peraltro le richieste di sussidi di disoccupazione superano ormai le 630.000.

Il governo tedesco ha deciso oggi di acquistare, tramite le banche pubbliche, i titoli tossici delle banche che, altrimenti, potrebbero fallire. L’iniezione di denaro a danno del deficit pubblico non si ferma, anche la cancelliera Merkel conferma che in questi giorni si possono vedere gli ultimi atti.

Ma per acquistare questi titoli il governo ha dato come condizione di restiuire le somme tramite una tassa annuale. Se poi ricadrà sui consumatori, chissà.

La cancelliera tedesca Merkel nel centro accanto a Klaus-Peter Mueller, sulla destra, uscente presidente dellAssociazione delle banche tedesche, e Andreas Schmitz, suo successore, sulla sinistra

La cancelliera tedesca Merkel nel centro accanto a Klaus-Peter Mueller, sulla destra, uscente presidente dell'Associazione delle banche tedesche, e Andreas Schmitz, suo successore, sulla sinistra

I tedeschi sperano che questa mossa incoraggerà le banche a ricominciare a fare prestiti – ancora semi-congelati. A proposito di congelamenti, Andreas Schmitz, della federazione della banche private tedesche, ha detto che il piano può essere descritto come un grande freezer in cui ciascuna banca potrà avere uno scaffale. “I loro problemi di gestione saranno depositati lì”, ha detto. “Dopo la crisi, vedremo se il prodotto potrà ancora essere venduto”.

Il Ministro delle Finanze Peer Steinbrueck ha detto che nessuna banca tedesca ha fatto richiesta per ora, ma che l’interesse generale nel piano è significativo. E che la spesa sarà inclusa nel pacchetto già esistente di 500 miliardi di euro di salvataggio.

Ma ora c’è un altro problema per il governo, e arriva direttamente dall’Italia. Si tratta della fusione Fiat-Opel. Come già aveva preannunciato Beppe Grillo, smentito subito dagli organismi ufficiali e poi risultato vero, la “ristrutturazione” comporterebbe la chiusura di vari stabilimenti di entrambe le compagnie e il taglio di molti posti di lavoro.

La Opel è tedesca ed in via di fallimento perché, ricordiamo, appartiene alla statunitense General Motors (GM). Il governo ha escluso una nazionalizzazione temporanea ma ha sta discutendo un fondo straordinario per aiutare la casa automobilistica a sopravvivere alla fusione, o almeno per i migliaia di dipendenti che si troverebbero disoccupati.

L’incontro tra la FIAT e la Opel non è stato soddisfacente. Svoltosi nella sede del sindacato Ig Metall, c’era anche il presidente del consiglio di fabbrica della Opel, Klaus Franz, che ha espresso il suo disappunto nella “mega-fusione”.

‘Cio’ che noi temiamo, e’ un piano industriale di risanamento, che preveda tagli fino a 18 mila posti di lavoro, possa realizzarsi. Non e’ una questione di  Italia o di Germania, e’ una questione perlomeno europea, ma anche globale”, ha sottolineato.

Il comportamento della Fiat, inoltre, e’ ”assolutamente incomprensibile”, ha infatti commentato Franz, che la Fiat non abbia discusso ”in presenza di sindacati e lavoratori” i contenuti del piano per rilevare la Opel e che i sindacati italiani ”abbiano dovuto apprendere da noi” queste informazioni.

Tipico gusto tutto italiano di lasciar perdere i lavoratori, che non contano più nulla. In Inghilterra, intanto, British Telecom,a causa del fatturato negativo di 134 milioni di sterline, ha deciso di licenziare altri 15.000 lavoratori.

SUPPORT FOR FINANCIAL SECTOR
UK                   – 20.2% (of GDP)
Norway         – 15.8%
Germany       – 3.7%
France           – 1.5%
Ireland          – 5.3%
Switzerland – 1.1%
Source: IMF

14 maggio 2009 Pubblicato da | banche, economie, Europa, Italia | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La prima proposta dell’Islanda: sì all’Unione Europea

Johanna Sigurdardottir al momento della vittoria elettorale

L’Inghilterra rimane euroscettica. L’Islanda no. Almeno il suo leader.

Si potrebbe pensare ad una decisione inaspettata. La prima proposta del nuovo governo Socialdemocratico del primo ministro  Johanna Sigurdardottir è stata di entrare nell’Unione Europea.

Dopo la crisi che ha investito, in modo imponente, le banche islandesi provocando un collasso dell’economia, i conservatori si sono visti spodestare a gran voce dal popolo, dopo 20 anni di governo. L’occasione per i riformisti era ghiotta e sono saliti al potere, ufficialmente, a fine Aprile.

Ma lo stesso governo sulla decisione, da prendere poi in parlamento, si è diviso. I Socialdemocratici sono coalizzati con i Verdi, i quali non sono d’accordo sull’entrata nell’Unione. Pur rappresentando una minoranza, è necessario il loro voto perché la richiesta venga approvata.

Sigurdardottir ha dichiarato tuttavia che ora c’è una maggioranza in parlamento a riguardo, e che “la richiesta non dovrà andare a Bruxelles oltre Luglio.” L’adesione comporterebbe un naturale passo verso l’introduzione dell’Euro, che molti islandesi vedono come salvezza contro la crisi delle banche e dell’economia.

In ogni caso, la decisione finale se entrare o meno nell’Unione Europea sarà presa dalla popolazione tramite un referendum, ha detto il governo. Il quale ha anche dichiarato di voler ribilanciare le casse dello stato per il 2013, insieme al programma e al prestito dell’IMF (Fondo Monetario Internazionale).

Il commissario europeo per l’allargamento ha dichiarato inoltre che, se l’Islanda cominciasse presto i colloqui, potrebbe agganciarsi all’entrata nell’Unione della Croazia, prevista per il 2011.

I Socialdemocratici hanno ottenuto, dopo due decadi, di governare ancora, ma nel momento più difficile. Forse questa sarà la loro forza: il peggio è passato, e tutto sembrerà migliore. Cinque anni tuttavia possono essere lunghi, e il popolo islandese sicuramente, questa volta, non abbasserà la guardia.

11 maggio 2009 Pubblicato da | banche, economie, elezioni, Europa | , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Le banche vogliono di più

Non c’è dubbio, lo reclamano e lo otterrano. Più soldi per recuperare il credito “perduto”. Non bastano i 350 miliardi di dollari sbloccati finora, tutti lo sanno e si affrettano per sbloccare la seconda tranche dei 700 miliardi approvati dal Congresso USA.

Soldi che verranno fuori dalle tasche dei contribuenti. Ma non c’è altra scelta, e non è tutto. Il direttore della Federal Reserve, Bernanke, ha pubblicamente dicharato che il famoso “bailout” necessita di una aggiuntiva iniezione di liquidità di centinaia di miliardi di dollari verso le banche e istituti finanziari, che hanno già ricevuto i soldi federali  e hanno causato, in primo luogo, gran parte della crisi del credito.

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L’esempio più chiaro che il sistema bancario necessita più aiuto è Citigroup. Anche se ha ricevuto 45 miliardi di dollari dal Tesoro, è in uno stato così malconcio che si sta fratturando in diverse parti. Come molte altre diverse banche, Citi ha notato che le sue finanze hanno continuato a deteriorarsi nell’indebolirsi continuo dell’economia.

Colpita dalle perdite nonostante due salvataggi, sta accelerando il programma di smontare il suo impero finanziario  in due parti, in uno sforzo per placare i regolatori e i suoi investitori colmi d’ansia. Tuttavia, è solo una mossa evasiva. Pur con essa, avrà bisogno della stessa quantità di capitale.

Anche i critici più agguerriti del piano di salvataggio sanno che le cose sarebbero potute andare anche peggio senza di esso, e che ha raggiunto il suo obiettivo più importante, che era di prevenire un completo collasso del sistema finanziario. Dallo scorso Settembre, nessuna grande banca è fallita. Poche notizie di quelle minori, invece.

Aluni analisti  hanno stimato che la disoccupazione crescente e i fallimenti delle compagnie porteranno da 500 a 750 miliardi di dollari di perdite nei prossimi mesi. Questo porterebbe le perdite totali per la crisi del credito da 1.5 a 1.8 trilioni di dollari, due volte tanto quanto era stato stimato all’inizio.

In Michigan c’è una banca che è l’esempio della causa di tutto ciò, l’Independent Bank. Della torta, ha ottenuto una fetta di 72 miliardi di dollari. Ma non è riuscita a far ripartire gli investimenti.

“E’ come se sei in un aeroplano e le maschere d’ossigeno vengono giù,” ha detto Stefanie Kimball, il capo del dipartimento prestiti della banca. “La prima cosa che fai è metterti la maschera, per stabilizzare la tua condizione.” Questo non è quello che il ministero del Tesoro aveva in mente quando partì il programma, dicendo che avrebbe donato alle “banche in salute” abbastanza denaro per far ripartire i prestiti, così che la gente avrebbe potuto comprare casa, fare business e creare posti di lavoro, rinvigorendo l’economia.

Bernanke Martedì ha avvertito che il governo dovrà probabilmente iniettare più soldi nelle istituzioni finanziarie nei prossimi mesi. In un discorso alla London School of Economics, ha detto che anche più garanzie potrebbero essere necessarie per assicurare la stabilità e la normalizzazione dei crediti. Le borse hanno ovviamente reagito molto male alla notizia. Chi se lo aspettava?

Conoscendo tacitamente l’impopolarità del bailout, Bernanke ha affermato che il pubblico è comprensibilmente preoccupato riguardo l’iniezione di centinai di miliardi di dollari derivanti dalle tasse, verso le compagnie finanziarie, specialmente quando altre industrie hanno le spalle scoperte.

Ma, ha insistinto, non c’era altra scelta. Un trattamento disperato ma inevitabile, perché il sistema economico è dipendente in modo critico dallo scorrere libero del credito. Ha avvertito il neoeletto presidente Obama, poi, che il rimanente capitale verso le banche deve essere assicurato se incominciassero a ripristinare i prestiti a livelli normali.

I regolatori richiedono alle banche di mantenere un salutare cuscino di capitale. Ma in questi tempi,  stanno lottando per riempire i loro buchiprofondi . Gli investitori privati sono scarsi. A parte un piccolo gruppo di banche in salute, affermano banchieri e analisti, il governo per le altre potrebbe essere l’unico investitore rimanente.

Il team economico di Obama sta pianificando una larga riveduta del programma per imporre più responsabilità e più restrizioni sugli esecutivi delle compagnie che ricevono i soldi dal governo.

Adam Posen, direttore del Peterson Institute for International Economics, ha detto che l’amministrazione Bush ha fatto bene a iniettare capitale nelle banche, ma ha fatto male nel non far sufficiente pressione alle banche di risolvere i loro problemi e i loro conti.

“Il problema non è che abbiamo sprecato denaro”, ha detto Posen, “Il problema è che abbiamo posto troppe poche condizioni alle banche”.

(fonte: Nytimes)

14 gennaio 2009 Pubblicato da | Americhe, banche, economie, USA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Altro giro nella crisi. Ci si avvicina alle radici.

Un altro colpo della reazione a catena. Dopo l’annunciata bancarotta e “salvataggio” – temporaneo – dell’industria automobilistica, arriva la crisi del settore che sta dietro ad ogni macchinario, e non solo. Negli Stati Uniti, l’industria dell’acciaio è in profonda crisi.

La produzione è in calo dall’estate, e ora che gli impianti di produzione di automobili hanno ridotto drasticamente la quantità di “prodotti”, l’acciaio si vende ancora meno. Le industrie di questo metallo sono state tra quelle che hanno sorretto l’economia USA per vari decenni, con una delle categorie di operai più pagate, anche per l’ambiente di lavoro che costringe a stare a stretto contatto con fornaci e altoforni.

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Ora stanno aspettando il miracolo che porterà tutti fuori dalla crisi. Attendono Obama, e la sua promessa di rilanciare l’economia tramite la costruzione di nuove infrastrutture quali ponti, reti elettriche, scuole, ospedali, impianti di trattamento delle acque e trasporti pubblici rapidi, oltre che il rifacimento di strade e autostrade. L’acciaio fa parte di più o meno in ogni cosa in America, dalle case agli uffici alle macchine, dagli elettrodomestici alle prese delle lampadine.Gli industriali, per rilanciare i loro profitti, chiedono un investimento di almeno un trilione di dollari spezzato in due anni. E’ il minimo per garantire una continuità.

L’industria pesante ha bisogno di aiuto ora, e dal governo. Dal momento che le costruzioni e la manifattura sono scivolate giù, così ha fatto la produzione di acciaio, cadendo del 50% da Settembre. A fine Dicembre, la produzione era di 1.02 milioni di tonnellate a settimana, dalle 2.1 milioni di tonnellate il 30 Agosto, ha riportato l’Istituto Americano del Ferro e dell’Acciaio. Anche il prezzo per tonnellata dell’acciaio è crollato dela metà dalla scorsa estate.

Vi sono due tipi di impianti. Quelli piccoli, chiamati “minimills” , e quelli grandi, detti “integrated mills”. In questi ultimi, dovendo ridurre la produzione che rimane continuativa negli altri, l’efficienza dei forni non più a pieno regime cade velocemente. Quindi sono questi che stanno chiudendo, in cui 50.000 dei lavoratori -  il 40% circa di tutti gli operai dell’acciaio negli USA – sono rappresentati dal sindacato United Steelworkers. L’unione ha dichiarato che all’inizio di quest’anno si aspettano 20.000 esuberi. Diecimila sono già a casa.

Era dagli anni ’80 che non c’era una produzione di acciaio così bassa negli USA. Erano gli anni chiamati Rust Belt (cinghie arrugginite), quando molte industrie dell’acciaio chiusero per la crescita di importazione di un acciaio di migliore qualità e minor costo. Gli investitori stranieri non trovano ormani nessun profitto nel rimettere a nuovo le compagnie Americane. Infatti l’importazione, che rappresenta circa il 30% del consumo interno negli Stati Uniti, sta calando mentre i clienti scompaiono.

Sicuramente non sarà l’ultimo anello della catena. Sicuramente è uno di quelli più grossi.

2 gennaio 2009 Pubblicato da | Americhe, banche, economie, USA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

USA e Canada, un intreccio in una crisi senza sbocchi

Non c’è pericolo, le industrie automobilistiche non falliranno. E’ troppo pericoloso per l’economia americana, afferma Bush negli ultimi giorni di presidenza. Se il piano di 17 miliardi di dollari è stato bocciato dal Senato, ora si studia un piano per far entrare le tre compagnie in via di bancarotta, Ford, Chrisler e GM nel piano di salvataggio di 700 miliard di dollari approvato poco tempo fa, orginalmente per le banche. Certo, se la situazione  fosse più rosea si potrebbe aspettare il cambio di amministrazione e tentare ancora. Ma non c’è tempo, hanno dichiarato che hanno liquidità fino a fine mese. Poi, stop.

da sinistra, GM, United auto workers - che comprende anche il Canada - Ford e Chrysler

L’economia canadese è strettamente allacciata a quella statunitense, per quanto non possa sembrare a prima vista. Specialmente per quanto concerne l’automobile. Il Canada non possiede una dichiarata compagnia nazionale, e si appoggia su quelle dei vicini di casa. Non a caso, Detroit, sede principale delle tre case produttrici, confina direttamente col Paese della foglia d’acero. Il passaggio di confine di americani e canadesi è ovviamente molto frequente, viste le differenze economiche. Quasi come per gli italiani andare in Svizzera a fare benzina. A proposito, qui la benzina costa 0.75 dollari a litro, circa 50 cent di euro. Conveniente no? Negli Stati Uniti è ancora più economica.

se la crisi portasse il panico, sarebbe devastante per il Canada (by Globeandmail)

Tornando all’argomento precedente, il Canada e l’Ontario, regione di Toronto già con un debito di 164 miliardi di dollari – guarda qui -  finanzierà 3 dei 17 miliardi di dollari, dopo averne spesi già molti per evitare i rischi della crisi dei sub-prime appena “passata”. Le tre compagnie hanno diversi stabilimenti nel Paese e, se dovessero fallire, migliaia o decine di migliaia di persone resterebbero senza lavoro, portando anche il Canada in recessione economica. Per puntualizzare, essa è stata già dichiarata quasi ufficiale.

Intanto GM e Honda hanno già licenziato centinaia di lavoratori. Ciò evidenzia come la crisi dei crediti/debiti abbia praticamente congelato la vendita di auto e colpito tutte le compagnie. Tutti gli stabilimenti GM in Nord America saranno chiusi per il mese di Gennaio, così come alcuni impianti che producono veicoli sportivi. Uno stabilimento Chrysler in Windsor, Ontario, che produce mini-van chiuderà per l’intero mese e un altra fabbrica di automobili in Brampton, Ontario, chiuderà per le prime due settimane di Gennaio.

La buona notizia è che tutto ciò ha risvegliato il senso di appartenenza della classe lavoratrice in questo settore, che ha cominciato una settimana fa a scioperare negli stabilimenti in pericolo. Manifestando che i soldi sarebbero serviti sì per non chiuderli, ma che non avrebbero salvato gli operai dal licenziamento, hanno ottenuto, a detta loro a sorpresa, un paio di risultati. Quello che chiedevano, tuttavia, non era niente di eccezionale. Hanno preservato lo spirito americano, hanno gridato e chiesto solo quello che la legge garantiva loro, niente più: la retribuzione delle vacanze non conseguite, e 6o giorni di cassa-integrazione. E’ stato loro concesso. E ora?

Quanto potranno sopravvivere tre delle più grandi compagnie automobilistiche al mondo, con 17 miliardi di dollari, senza più persone che comprano macchine?

13 dicembre 2008 Pubblicato da | Americhe, banche, Canada, comunicazione, economie, USA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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