Grecia in protesta, perché?
Giusto qualche giorno fa è stata riportata su Reset la notizia che, dopo l’uccisione di un ragazzo di 15 anni da parte della polizia, per cause ancora da chiarire, partendo da Atene e dilagando ovunque è scoppiata una violenta protesta giovanile. Il ministro dell’interno ha offerto le dimissioni, non accettate, e il Primo Ministro si è scusato ufficialmente con il padre del ragazzo, proclamando che fatti del genere non debbano più accadere. Tuttavia, le proteste stentano a scemare. Oggi siamo al terzo giorno.
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Pur essendo stato incriminato di omicidio il poliziotto che ha ucciso il giovane ragazzo, la polizia sostiene che era membro di una generica “gang” che ha attaccato gli agenti durante una pattuglia del quartiere Eksarchia. Le testimonianze non sono a favore di questa tesi, tuttavia l’autopsia non ha potuto dimostrare il vero susseguirsi di eventi. L’analisi balistica farà forse più luce sul caso, osservando se il colpo sia stato inferto direttamente o per un tragico rimbalzo.

La fazione estrema dei manifestanti è stata definita come facente parte al movimento anarchico, che non si è mai sciolto, o spendo, sin dagli anni dei Generali in Grecia, circa quarant’anni fa. Ma costoro sono seguiti da un largo seguito di gioventù che si può dire preoccupata, come accade nel nostro paese, dal loro futuro. Dopo vari anni di crescita economica, da circa un anno il Paese che è accettato come la culla della civiltà occidentale è in stallo. Ora, con la crisi globale, il rischio di una nuova recessione è alle porte. La Grecia è un paese prevalentemente rurale, di zone più ricche e altre più povere. I posti di lavoro rischiano di diminuire, e il Paese è considerato anche insicuro sotto molti aspetti, specialmente quelli economici. Molti cittadini greci vivono sulla soglia della povertà. Atene non è quella che si può dire una città in movimento di standard europeo. E il governo ha appena dato 35 miliardi di dollari per salvaguardare le banche.
Aggiunto a questo problema, ce n’è un altro che fa della Grecia la nostra sorella più prossima: l’immigrazione. Dove da noi il problema realmente non esiste nei termini dettati dal Governo, sembra invece che Atene sia stata proprio l’epicentro dello scoppio di una piccola rivolta appena il giorno prima di quest’altra più famosa.
La Press Association ha riportato che dopo che l’ufficio immigrazione ha fermato le richieste d’asilo per la Grecia, in quanto è possibile farne solo un numero limitato per settimana, tra i centinaia di migranti in attesa è cominciato uno scompiglio. Ad un certo punto, per motivi ancora non chiari, uno dei protestanti è finito in un canale ed è stato poi ospedalizzato. Ma questo fatto ha fatto accendere la scintilla al folto gruppo, che ha cominciato a incendiare cassonetti e attaccare con pietre le macchine che passavano.
Specialmente gli iraqeni sono i più colpiti dalle normative europee per richiedere asilo. Secondo una normativa chiamata Dublin II, infatti, un immigrato con questo diritto deve farlo nel primo paese d’ingresso in cui si trova. Spesso è la Grecia, perché i rifugiati iraqeni passano dal confine turco. Human Rights Watch ha denunciato come in questo paese costoro, in situazione d’illegalità teoricamente temporanea, siano poi detenuti in condizioni inumane. Non potendo andare oltre il confine perché sarebbe inutile cadendo il diritto di rifugiato, spesso sono fatti ritornare in Turchia, dove vengono trattenuti a tempo indefinito e spesso ripetutamente picchiati, prima di essere rimpatriati in Iraq, senza assistenza né altro.Molti però tentano ancora di passare il confine, e lo stesso meccanismo si ripete indefinitamente. E lo stesso vale per tutte le altre etnie, orientali o africane, che formano un numero in costante ascesa nel mondo dell’illegalità. La situazione degli immigrati, intrappolati in questo sistema di porte girevoli, è più che disperata.
Le due proteste non sembrano collegate, ma non è una coincidenza se avvengono ad un giorno soltanto di distanza l’una dall’altra. I giovani solitamente solidarizzano con chi ha meno diritti, specialmente gli “anarchici”, specialmente con coloro che hanno un diritto fondamentale, dell’asilo. La loro protesta ha sicuramente irritato la gioventù già infastidita dalla risposta inefficiente del governo alla crisi, e l’uccisione del giovane ragazzo ha acceso l’ulteriore scintilla. E la polizia ha fatto la sua parte per essere considerata, nuovamente, il nemico.
Scarpe contro le Borse
Non ci sono più regole. Il mercato sta andando in frantumi pezzo per pezzo.
In Italia e in Europa, oltre che in Asia, miliardi volano via dalla tasche soprattutto dei più poveri. La reazione a catena si è innescata qualche mese fa, come quasi tutti sanno, e anche in Canada la situazione non è migliore.
Quello che è prevedibile, ma che quasi nessuno fa cenno, è il fatto che seppure le cause sono diverse, le conseguenze saranno simili alla crisi del 1929.
I politici qui sono troppo occupati a pensare alle elezioni, e giocano come bambini all’asilo ad accusarsi a vicenda. Idem negli USA (o peggio?). In ogni caso, nessuno ha soluzioni concrete alla crisi, per ora.
Cause diverse: banche che crollano, non si fa più credito, si cerca di procrastinare il debito. Conseguenze uguali: dove prendono i soldi per i piani di “salvataggio” degli USA e altre nazioni? Dalle tasse, ovviamente. Prolungamento di quelle esistenti – la famosa imposta sulle frecce di legno per bambini, con accluse quelle sulle piste da corsa e sul Rum importato da Porto Rico e Isole Vergini – e immissione di nuove.
Nuove tasse cosa significano per l’economia capitalista? Supponendo che le banche non diano più credito, le aziende perdono liquidità, e cominciano a licenziare. Le persone che già avranno meno soldi si vedono sobbarcate nuove spese, quindi smettono di comprare. Nel ’29 c’era sovrapproduzione, ora c’è sottoliquidità.
No money, no party. Come ho letto molte aziende di lusso chiudono, non si vende neppure più vino costoso.
E poi inizia il circolo vizioso. Se non si compra, le fabbriche chiudono. E anche se sono molto più meccanizzate rispetto ad allora, la gente che sta a casa ce n’è, e tanta.
Qui in Canada hanno iniziato GM e altre grandi aziende. Notizia di ieri- dell’altroieri in Italia ormai – di grandi mobilitazioni dell’unione Canadian Auto Worker, per protestare contro la nullafacenza del governo in materia di licenziamenti. Per precisare, la manifestazione è consistita nel fare una montagna di scarpe da lavoro davanti all’ufficio-campagna del ministro delle Finanze. Un simbolo efficace.

I lavoratori dell'unione degli operai degli autoveicoli manda un messaggio di licenziamento (metronews.ca)
Un’ultima notizia riportata. Anche se questo Paese sembra tra i più sviluppati nel mondo Occidentale, qualche brutta news ovviamente c’è. E’ ovvio che esista anche qui la povertà, e non a bassi livelli. Tuttavia un rapporto condiviso da organizzazioni sparse pe tutto il Canada, dimostra che il livello di povertà dei bambini è lo stesso dal 1989. Praticamente, non si è fatto assolutamente nulla in tutto questo tempo. Nelle stazioni della metropolitana e in altri luoghi ci sono vari manifesti contro questa atrocità, ma giusto per donazioni volontarie. Il rapporto indica invece che è proprio il governo il principale responsabile. Non ho idea dei dati in Italia per ora, ma è indicato un numero spaventoso. 1,6 milioni di bambini in stato di povertà, con un tasso del 23% sul totale dei bambini canadesi.
Il rapporto indica pure che, giusto parlando della crisi, l’introito medio di un canadese, non-immigrant, è cresciuto del 5% dal 2000 al 2005, ma quello di un immigrato medio è sceso dell’1%. Tre anni fa, in ogni caso, la situazione nel mondo era ben diversa. Le frontiere si stanno richiudendo.
Il Canada non è diverso
Il Canada si è conquistato, nelle Americhe, la fama di Paese organizzato, pulito, in crescita e soprattutto con tanto lavoro; sempre aperto agli immigrati.
E’ chiaro che questi target ne attirano da tutto il mondo. Ma, ovviamente, non è tutto ora quel che luccica. E’ giusto ricordare che siamo in America, dopo tutto, e il capitalismo la fa da padrona. Non c’è tanta distinzione di razza o appartenenza religiosa o altro – il 50% della popolazione è composto da immigrati di prima o seconda generazione – ma c’è comunque una distizione latente nelle menti di ognuno.
Il Canada, in fondo, non è molto diverso dai nostri paesi europei. Specialmente per quanto riguarda l’immigrazione, le politiche locali e nazionali si fanno sempre più strette. Mi hanno raccontato che, circa 10 anni fa e oltre, per arrivare qui come immigrato permanente (li chiamano landed immigrant), bastava compilare un modulo – e pagare le tasse – dichiarando in modo non spesso veritiero che lavoro si voleva svolgere, una volta arrivati. E’ chiaro che i lavori preferiti sono quelli di manovalanza, per un Paese che è in piena crescita e ha bisogno di nuove infrastrutture. Poi, una volta messo piede sul territorio, nessuno ti controllava – benché meno ora.
Invece, per essere landed immigrant oggigiorno, o devi lavorare due anni sul territorio -già cosa difficile, perché è dura ottenere un work permit nel frattempo – oppure avere un’ottima qualificazione lavorativa.
Uno, alla fine, si arrangia come può. Il Canada non è tanto diverso da molti altri Paesi, e ci sono vie traverse, restando nella legalità, che si possono sfruttare per rimanere. Ovviamente, essendo un Paese intelligente, se paghi al governo – e tanto – non è difficile restare.
Quindi, come immigrati poveri, si può fare la solita cosa che si fa in tutto il mondo: procurarsi una rete di contatti attraverso cui si può ottenere un lavoro, alla luce del sole -preferibilmente – o sotto banco. Favori che scambiano altri favori. I datori di lavoro canadesi, in pratica, preferiscono chi ha già esperienza (canadese). E chi è appena arrivato? Come si scrive su dreamingcanada, con il working-holiday visa non hai accesso a quasi nessuno dei programmi di assistenza governativa per gli immigrati. Solo, ci si può iscrivere a uno dei tanti centri di accesso al lavoro, che consistono in computer per cercare in internet, giornali con gli annunci, e una serie ininterrotta di -più o meno utili – incontri per aumentare le possibilità di ricerca.
Quindi io, che di mestiere qui in Canada mi sono inventato imbianchino per caso, prima di lasciare la casa dove sto ora, pitturerò una stanza di coloro che mi ospitano in modo da pagarmi la parte rimanente di affitto. Ok, me l’han chiesto loro. Ma ogni occasione è buona, per esempio per fare un favore al dentista, che costa un’occhio della testa anche qui. Una pulizia dei denti per due pareti.
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