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Nuove accuse alla Cina: parla la leader Uigura

Kadeer

Il governo cinese ha detto che solo 200 uiguri sono stati uccisi, pochi in confronto ai morti Han, l’etnia principale cinese. Ma la leader del movimento autonomo degli Uiguri ha una versione molto differente.
Rebiya Kadeer è in esilio negli Stati Uniti, dopo aver passato quattro anni nelle prigioni della Repubblica popolare. In un viaggio in Giappone, il 29 Luglio ha fatto delle dichiarazioni scottanti.
Ha proclamato, infatti, che “circa 10.000 Uiguri sono scomparsi nella notte a Urumqi, la capitale dello Xinjiang. “Dove sono andati?”, ha domandato durante una conferenza registrata dall’Associated Press. “Sono stati uccisi o portati da qualche parte? Il governo cinese deve chiarire cos’è successo a costoro”.
Kadeer non ha dato prove delle sue accuse, che sono in netto contrasto ai dati ufficiali dei 1200 prigionieri uiguri. Ha detto però che le affermazioni arrivano da fonti della zona, di cui non può dare i nominativi per precauzione verso le loro vite.
La Cina ha reagito infuriata alle accuse, affermando che non concederà un visto per la visita di Kadeer nella regione, e intimando il governo giapponese di fermare le attività anti-cinesi sul suo territorio. Il governo nipponico ha dichiarato tuttavia che la Kadeer si trova sull’isola solo come privata cittadina, e non è suo dovere di intervenire.
Non si sa quale delle due versioni sia vera riguardo alle notti di massacro, ma di certo questa situazione ha contribuito a creare un divario sempre più grande tra gli Uiguri e gli Han, alimentando le tensioni e incentivando le richieste di autonomia della regione che, ricordiamo, è tra le più ricche di materie prime nella Repubblica popolare e anche tra le più povere.

Una prospettiva di dialogo tra le parti, intanto, si allontana sempre di più. La Cina considera Kadeer come una “terrorista” e una “criminale” che ha causato la morte di 197 persone, il più di etnia Han. Come prova offre un tabulato di una conversazione telefonica fatta da Kadeer al fratello nella zona, poco prima degli scontri, dicendogli di non uscire in strada. Kadeer ha detto che ha fatto quella telefonata solo per la sua sicurezza, e che non ha organizzato gli scontri.
Qualsiasi dichiarazione sugli eventi è difficile da verificare, ma è più probabile che la cifra dei morti si avvicini ai 1000 della Kadir che alle 197 della versione ufficiale. Kadeer ha inoltre aggiunto che ufficiali di sicurezza hanno preso diversi manifestanti pacifici, li hanno portati in vicoli ciechi, hanno spento le luci delle strade e li hanno massacrati nel buio, perché nessuno vedesse.
Vari Uiguri intervistati non hanno confermato neppure questa versione, forse per paura della polizia. Kadeer tuttavia è rimasta molto più perplessa e amareggiata dall’indifferenza internazionale alla vicenda, soprattutto dagli Stati Uniti che sono rimasti in silenzio. E ha chiesto una commissione investigativa indipendente da mandare sul posto.

31 Luglio 2009 Pubblicato da ecultic | Asia, diritti umani | , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

La Cina aumenta il protezionismo

La Cina non si accontenta di criticare gli altri di protezionismo. Essa stessa vuole essere protezionista, a volte in modi estremi.
Nonostante la preoccupazione occidentale, ed essendo già una potenza esportatrice, il governo cinese ha deciso di incoraggiare le esportazioni mentre preferisce adottare prodotti locali per uso interno, diminuendo le importazioni.
Tre programmi sono stati attuati: abbassamento delle tasse sull’export, prestiti più generosi dalla banche di proprietà governativa per finanziare il commercio, e più viaggi pagati dal governo per  promuovere le aziende all’estero.
Allo stesso tempo, Pechino ha bandito tutte le agezie governative locali, provinciali e nazionali dal comprare prodotti importati, eccezion fatta per quelli che non hanno un sostituto in patria. Oltre a tutto ciò, ha posto un limite sulla quantità di materie prime chiave che possono lasciare il paese.
Ron Kirk, il rappresentante degli Stati Uniti presso il WTO (World Trade Organization), ha proposto il 23 Giugno con l’Unione Europea una lamentela nell’organizzazione, accusando la CIna che è uno dei produttori principali mondiali di dare un vantaggio ingiusto alle manifatture cinesi che usano queste materie.
La Cina nega che abbia rotto alcuna regola del WTO, ma gli Stati Uniti hanno rincarato la dose dichiarando che “non solo stanno continuando ma anche accelerando gli approcci protezionisti che hanno preso nel passato per promuovere lo sviluppo economico”.
Queste politiche potranno assicurare alla Cina una crescita continua, ma al rischio di alimentare le tensioni globali in un periodo sensibile, quando molti paesi stanno prendendo misure per diminuire il commercio.
Il programma cinese su lunga durata infatti prevede incentivi per un’economia di consumo domestico e di esportazioni all’estero. Una specie di autarchia, ma più furba.
I governi provinciali, inoltre, sembra che abbiano tagliato gli sforzi verso le leggi anti-contraffazione e altre protezioni di proprietà intellettuale. I consumatori cinesi hanno meno bisogno di comprare beni importati quando possono comprare copie molto meno costose, prodotte localmente.
L’export cinese verso gli USA nei primi quattro mesi dell’anno è diminuito solamente del 12.1% rispetto all’anno precedente. Gli export americani verso la Cina, invece, sono diminuiti del 17.2%
Tuttavia il deficit commerciale americano, paradossalmente, è diminuito da 75 miliardi a 67 miliardi di dollari in questi periodi. Questo perché il commercio è così sbilanciato che un affondamento del commercio totale porta in un deficit minore, anche quando gli export americani scendono più velocemente.

Il governo cinese ha dato inoltre un chiaro segnale di come la sua guerra per l’appropriazione di materie prime e compagnie estere non deve essere fermata. Pena l’esclusione dal suo immenso mercato. Questo infatti è quello che è successo l’11 Luglio per il  presunto scandalo dell’australiana Rio Tinto.

15 Luglio 2009 Pubblicato da ecultic | Asia, economie | , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

La Sharia che non c’è più nello Swat e i profughi invisibili delle città

Una delle zone di conflitto

Una delle zone di conflitto

Dopo che gli accordi nella regione dello Swat tra il Pakistan e i Taliban sono saltati è iniziata la guerra. I primi giorni sono stati descritti i bombardamenti, l’esercito che avanza, quelli che resistono e quelli che fuggono.

A seguire si sono viste scene di profughi, migliaia e migliaia, fuggire dalle zone di combattimento. La valle di Swat, in cui era stato raggiunto il patto apposta per avere la pace, è uno dei teatri di guerra. Il Kohistan, che pure non possiede le fertili valli dell’altra regione, teme che il conflitto si propaghi fino a lì.

Intanto milioni di profughi si sono riversati, invisibili, nelle città. Il governo pakistano non se ne cura, e ricevono un’assistenza minima solo da agenzie umanitarie e dall’ONU. Ma la chiave per far sì che i talebani non abbiano più presa sulla popolazione, è appunto prendersi cura di questa gente. Altrimenti non avranno giustificazione per difendere uno stato che non se ne è importato.

In Kohistan i capi tribali sono troppo preoccupati della sicurezza per pensare ad altro. Non vogliono né l’esercito né i talebani nella loro regione. Vogliono solo la pace. Perché dove viene uno, verranno anche gli altri, e viceversa, dice uno degli anziani.

C’è un sentimento diffuso che in realtà i talebani siano una qualche specie di creazione dell’esercito, utilizzati per degli scopi tutt’ora sconosciuti. Una sensazione diffusa.

Il Kohistan

Il Kohistan

Ma lo scenario peggiore è che i talebani entrino nel Kohistan dopo essere stati cacciati dallo Swat. I capi tribali hanno proposto di pattugliare e respingere coloro che entrerebbero, ma l’equipaggiamento delle forze locali è scarso rispetto all’addestramento talebano. Se succedesse, la guerra si complicherebbe. L’influenza talebana nello Swat, infatti, è concentrata nella valle e le strade sono in buono stato. Il Kohistan è composto da 7400 km quadrati di ripide montagne, e le pianure sono quasi assenti.

Inoltre, non ci sono grandi strade, e l’esercito non potrebbe portare l’equipaggiamento pesante. C’è solo una strada princiapale che connette il Pakistan con la Cina. I capi sono preoccupati per la sicurezza di quella strada, e specialmente di un contratto di costruzione con i cinesi. Dovrebbero mettere in piedi un progetto idro-elettrico sul fiume Indo, nell’area Dubair del Kohistan. Se i talebani prendessero la zona, la renderebbero insicura per molto tempo e i progetti salterebbero. Anche perché uno dei bersagli preferiti dei talebani sono proprio i cinesi. I talebani, infatti, simpatizzano con i militanti musulmani Uiguri che nella Cina dell’ovest portano avanti una battaglia separatista nella regione dello Xinjiang.

E la Sharia, diventata legge nello Swat? Un avvocato locale dice che ormai non ha più priorità. La gente non è più interessante in qualsivoglia legge che viene dal governo.

Campi profughi a Peshawar (Repubblica.it)

Campi profughi a Peshawar (Repubblica.it)

Intanto, il Pakistan sta sperimento la peggiore crisi di rifugiati dal 1947, anno di spartizione dall’India. Tre milioni sono fuggiti, e le agenzie umanitarie dicono che ora sono in case e scuole, da parenti, amici o estranei. La maggior parte in campi di tende. I rifugiati dicono che hanno lasciato le case perché pensavano che il governo fosse serio riguardo al fermare le milizie,questa volta. Ma più il tempo passa, più la buona volontà si perde, e più si sento frustrati.

Ora bombe scoppiano lungo tutto il Pakistan facendo tanti morti, mentre l’esercito non sembra far progressi consistenti.  E nei campi, i giovani senza prospettiva cominciano ad essere attratti dalle milizie.  Molti già ora si suono arruolati.

Questi ragazzi dicono che i talebani “ti fanno sentire un uomo, come se stessi difendendo qualcosa”.

fonti: NYTimes, BBCNews

22 Giugno 2009 Pubblicato da ecultic | Asia, Islam, diritti umani | , , , , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Perché Ahmadinejad è in Russia?

Ahmadinejad e Medvedev durante il meeting del BRIC

In Russia in questi giorni è in corso un summit annuale. Si chiama BRIC. E’ un acronimo che si riferisce alle economie che si stanno sviluppando più velocemente e con più potenziale, ovvero quelle di Brasile, Russia, India e Cina.

L’acronimo è stato siglato dalla Goldman Sachs, la compagnia finanziaria e bancaria di peso mondiale, nel 2001. Essa ha dichiarato che, per il fatto che stanno crescendo così rapidamente, per il 2050 le economie integrate del BRIC potranno eclissare le economie dei paesi ora più ricchi del mondo.

Questi paesi possiedono più del 25% delle terre emerse e il 40% della popolazione mondiale, e hanno un Prodotto interno lordo combianto di più di 15 trilioni di dollari. Su quasi tutte le scale, potrebbero essere la più grande entità sul globo.

La Goldmah Sachs predice che Cina e India, rispettivamente, saranno i fornitori dominanti, a livello globale, di beni industriali e di servizi, mentre Brasile e Russia potrebbero diventare i fornitori mondiale di materie prime. La cooperazione è stata ipotizzata come un passo logico nel BRIC, perché Brasile e Russia insieme possono fornire un prodotto ottimale per India e Cina.

E l’Iran cosa c’entra? Ahmadinejad ha lasciato  i tafferugli di Teheran per trovare uno dei suoi più cari amici, la Russia, da sempre sostenitrice delle sue politiche.

Il BRIC non è il solo meeting di questi giorni. A Ekaterinburg si svolge pure il summit dei paesi del “Gruppo di Shangai” (Russia, Cina, Kazakhstan, Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan), nato per cooperare su sicurezza ed energia e bilanciare il potere degli Stati Uniti in Asia Centrale.

Il Gruppo di Shangai, con Ahmadinejad

Il Gruppo di Shangai, con Ahmadinejad

L’Iran, invitato come osservatore, aspira ad entrarvi. Anche perché l’Iran rappresenta uno dei -pochi- paesi produttori di petrolio non allineati agli USA. E se non ti allei con loro, ti allei con gli altri. Specialmente in tempi di crisi politica, l’appoggio di altre potenze è essenziale.

Anche se la Russia parla delle elezioni iraniane come un “affare interno”  del paese. Ma di affare interno si tratterebbe anche della questione nucleare, di cui invece la Russia fornisce tecnologia e combustibile. Grazie alla Russia, ancora, l’Iran ha potuto evitare le sanzioni peggiori da parte delle Nazioni Unite, grazie al potere di veto suo e della Cina, altra stretta alleata energetica.

Ahmadinejad non fa parola delle manifestazioni in Teheran, sembra sicuro che tutto ritornerà presto alla normalità. Oppure fa finta di niente, quando invece sfida gli Stati Uniti e il mondo occidentale dichiarando che è ormai al tramonto. Questa è un’ipotesi anche plausibile, ma bisognerebbe vedere come se la caverà l’Iran quando il petrolio, fra qualche decennio, sarà agli sgoccioli, così come l’uranio sarà diventato troppo caro da utilizzare come combustibile.

Il BRIC e il gruppo di Shangai vogliono ora una nuova moneta e una nuova architettura economica mondiale. Forse un giorno impareranno che non è coi blocchi che si vincono le battaglie ma attraverso l’integrazione equilibrata. Il fatto che questo “blocco”, poi, sia stato messo in piede da una società finanziaria americana, fa capire la mancanza di coerenza di questi politici.

18 Giugno 2009 Pubblicato da ecultic | Americhe, Asia, economie, elezioni | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Le verità storiche sui Dalai Lama

Ecco uno spunto alternativo di riflessione, dal sito Osservatorio Internazionale. A questo aggiungo che, pur essendo d’accordo in linea di massima con l’articolo, non si può tollerare che il sistema tibetano, come quello di qualunque altro paese, venga messo sotto occupazione da un Paese straniero, in questo caso la Cina. Sopratutto quando si passa da una teocrazia a una dittatura, e milioni di persone vengono uccise o deportate in qualche decennio.

Per dovere di cronaca, bisogna dire che tutto ciò che, come fatti storici, viene descritto è avvenuto fino alla fine della vita del 13° Dalai Lama. Ma, in ogni caso, essendo l’incarnazione la stessa, la responsabilità è uguale? Di certo la continuazione del potere è la stessa.

Altra precisazione: i Dalai Lama, secondo la tradizione, sono lo stesso spirito del Buddha. Ma questa “tradizione”, è partita solo dalla fine del 14° secolo.  E, come sempre nelle religioni all’origine, non c’era assolutamente partecipazione al potere temporale. Tuttavia, si può riscontrare la stessa tendenza a sfruttare i soldi volontari del popolo per arricchire in modo spropositato i templi.

Il 14° Dalai Lama adesso sostiene la democrazia, sembra difficile credere che il rappresentante di un sistema medievale e feudale come quello abbattuto dall’Armata di Liberazione possa sostenere la Democrazia. La verità è che il Dalai Lama rappresenta il marketing di stile americano adattato alla politica. E’ famoso e celebre come lo sono i Mc Donald’s, Adidas e Nike. E’ un divo così come lo sono Zidane e Brad Pitt e adesso, come se non bastasse, ha annunciato che il suo successore sarà una donna. Si comporta proprio come i governi occidentali, impegnati a guadagnarsi le simpatie delle categorie meno rappresentante. Peccato che il Tibet non abbia colonie in Africa altrimenti il ministro dei rituali sarebbe stata una donna nera (vedi Condoleza Rice che non rappresenta assolutamente né le donne né la popolazione nera).

Il Dalai Lama denuncia che il Governo cinese non ha mai rispettato gli accordi del 1951, con i quali  l’Armata di Liberazione e il Governo tibetano hanno concordato la formula “di un paese due sistemi”. Ciò significava che il Tibet restava cinese, ma poteva conservare le sue caratteristiche politiche e sociali. Il punto è che il Dalai Lama non ha mai avuto il coraggio di dire quali erano le caratteristiche politiche e sociali del Tibet che sognava. “Caratteristiche politiche e sociali” sa di folklore, pertanto riscuote la simpatia degli occidentali, ma si tratta di ben altro. Il sistema feudale tibetano era dominato dai nobili e dai monasteri (vi ricorda qualcosa?), il 5% della popolazione possedeva tutte le risorse (terra, pascoli, foreste, fiumi). Il 95% era invece composta da schiavi e servi della gleba (La Francia di Luigi XVI a confronto era progressista). E’ inutile dire che la certezza del diritto, i sindacati e qualsiasi strumento che in genere tutela i più deboli erano del tutto assenti. Questi schiavi appartenevano a chi li acquistava o a chi possedeva la terra sulla quale erano nati. Ancora nel 1951 questi schiavi potevano essere venduti, offerti in dono e usati per pagare debiti.

Per proteggere i loro interessi, i signorotti locali e i lussuosi monasteri (che per la cronaca appartengono alla stessa famiglia di quelli che in Birmania reclamano Democrazia) non disprezzavano il ricorso a leggi che pochi nella storia hanno osato pensare: il tredicesimo ed il sedicesimo codice stabilivano il costo della vita umana per i diversi ranghi sociali. Non solo il governo aveva delle proprie prigioni, ma anche i signori e i monasteri ne possedevano. Uno scenario, questo, che non ricorda nemmeno il mio trisnonno.

Tra le punizioni previste dalla legge c’erano anche le mutilazioni corporee: piedi, occhi, mani, lingua, nulla era disprezzato, come dire che del maiale non si butta niente. I piedi spesso venivano anche tagliuzzati  e nemmeno la morte tramite affogamento era rara.

Le tre istituzioni del Tibet (monasteri, signorotti e Dalai Lama) felicemente imponevano corvèe, tasse e ricorrevano spesso anche all’usura. La popolazione non solo doveva pagare tasse  a chiunque gliele chiedeva, ma doveva anche svolgere lavoro non retribuito per le terre dei signori.

La nobiltà e i monaci si recavano spesso a Lhasa (la capitale del Tibet), erano accomunati da medesimi interessi, stringevano alleanze e difendevano la propria classe di appartenenza. Costoro, alla metà del XX° secolo erano fermamente convinti che la maggioranza della popolazione dovesse essere tratta diversamente da loro. Tutto ciò farebbe sorridere, se non fosse tragicamente vero!

La fusione tra politica e religione era il cuore del sistema, la religione non era solo una fede, ma soprattutto un sistema di dominio. I monasteri ed i monaci godevano a pieno titoli dei privilegi feudali. Era vietato credere in altre religioni. Proprio così, il campione del dialogo tra religioni vietava di credere in altre religioni! Ciò dimostra quanto il Tibet fosse un sistema chiuso e reazionario, e quanto fosse isolato dal mondo. Nella seconda metà del XX° secolo nessuno Stato imponeva una sola religione, ma in Tibet ciò accadeva!

Questa tendenza antidemocratica continua a perpetuarsi oggi, nel governo in esilio del Tibet che vede  incarichi importanti affidati ai familiari del Dalai Lama. La sua ed altre poche famiglie controllano le attività del Governo tibetano in esilio. Solo ultimamente sembra che stiano adottando forme democratiche, come la separazione dei poteri. Nel 2007 il Dalai Lama scopre la separazione dei poteri, ma l’ultima parola spetta sempre a lui e il Governo in esilio conserva ancora una forma teocratica.

Valerio Quatrano (Ossin.org)

21 Ottobre 2008 Pubblicato da ecultic | Asia, diritti umani, economie | , , , | Ancora nessun commento.