Indagine ai colletti bianchi dell’Islanda
Il caso più eclatante di crisi economica: il fallimento dell’Islanda.
O meglio, il rischio di default, se non fosse intervenuto su richiesta del Paese il Fondo Monetario Internazionale, ad erogare un debito che sarà ripagato negli anni futuri.
Come sta andando l’inchiesta? E cosa comporta in realtà?
Partendo da quest’ultima domanda, come riporta un’indagine del Financial Times, si tratta della più grande investigazione nel crimine dei colletti bianchi mai fatta. Se avrà successo. Se fallirà invece, ci sarà da chiedersi se qualsiasi persona sia in grado di perseguire questi nuovi tipi di crimini finanziari. E se i paradisi fiscali, da cui dipendono, possano resistere a uno scrutinio da parte delle autorità giudiziarie.
In realtà nessuno sa con certezza quanto l’inchiesta possa essere vasta e ramificata. Gli intrecci finanziari si estendono sul globo intero.
Negli anni prima della crisi, l’Islanda si era trasformata in un centro finanziario internazionale. L’inchiesta si sta focalizzando su un punto: se il mercato abbia inflazionato il bilancio bancario islandese fino a 10 volte la dimensione del PIL del Paese, mentre l’agenzia che lo stilava favoriva credito facile agli azionisti più grandi e a clienti esteri preferiti. In realtà come molti economisti hanno affermato a più riprese, l’origine della crisi non è stata la finanza di per se stessa, ma l’avidità che proviene da Wall Street e dalla City di Londra.
Tornando alla prima origianaria domanda, più di 40 sospetti criminali sono indagati, ma non sono state fatte ancora le accuse e nessun individuo è formalmente dichiarato indagato. Anche se sembra che niente si muova, in realtà l’indagine sta proseguendo, appunto per le varie ramificazioni. Un aiuto procuratore giunto dalla Francia, Joly, afferma: “E’ molto importante non proseguire finché non si ha la visione più completa”.
Il primo capo d’accusa si prevede che sarà dichiarato per la fine dell’anno prossimo, ma si pensa che l’intero processo durerà cinque anni. “E’ una cosa immensa. Riguarderà altre banche europee”, dichiara Joly, “dimostrerà che ciò che è accaduto in Islanda non è solo un problema islandese”.

La prima proposta dell’Islanda: sì all’Unione Europea

Johanna Sigurdardottir al momento della vittoria elettorale
L’Inghilterra rimane euroscettica. L’Islanda no. Almeno il suo leader.
Si potrebbe pensare ad una decisione inaspettata. La prima proposta del nuovo governo Socialdemocratico del primo ministro Johanna Sigurdardottir è stata di entrare nell’Unione Europea.
Dopo la crisi che ha investito, in modo imponente, le banche islandesi provocando un collasso dell’economia, i conservatori si sono visti spodestare a gran voce dal popolo, dopo 20 anni di governo. L’occasione per i riformisti era ghiotta e sono saliti al potere, ufficialmente, a fine Aprile.
Ma lo stesso governo sulla decisione, da prendere poi in parlamento, si è diviso. I Socialdemocratici sono coalizzati con i Verdi, i quali non sono d’accordo sull’entrata nell’Unione. Pur rappresentando una minoranza, è necessario il loro voto perché la richiesta venga approvata.
Sigurdardottir ha dichiarato tuttavia che ora c’è una maggioranza in parlamento a riguardo, e che “la richiesta non dovrà andare a Bruxelles oltre Luglio.” L’adesione comporterebbe un naturale passo verso l’introduzione dell’Euro, che molti islandesi vedono come salvezza contro la crisi delle banche e dell’economia.
In ogni caso, la decisione finale se entrare o meno nell’Unione Europea sarà presa dalla popolazione tramite un referendum, ha detto il governo. Il quale ha anche dichiarato di voler ribilanciare le casse dello stato per il 2013, insieme al programma e al prestito dell’IMF (Fondo Monetario Internazionale).
Il commissario europeo per l’allargamento ha dichiarato inoltre che, se l’Islanda cominciasse presto i colloqui, potrebbe agganciarsi all’entrata nell’Unione della Croazia, prevista per il 2011.
I Socialdemocratici hanno ottenuto, dopo due decadi, di governare ancora, ma nel momento più difficile. Forse questa sarà la loro forza: il peggio è passato, e tutto sembrerà migliore. Cinque anni tuttavia possono essere lunghi, e il popolo islandese sicuramente, questa volta, non abbasserà la guardia.
Gli aranceti dell’Himalaya minacciati da un virus

La bandiera del Bhutan
Il Bhutan è un piccolo paese asiatico, schiacciato tra India e Cina, a est del Nepal. E’ grande, più o meno, come Sicilia e Calabria messe assieme. Territorio montuoso alla fine della catena Himalayana, ha 600.000 abitanti. I Bhutanesi chiamano il loro paese Druk Yul, che significa “Terra del drago tonante”.
La Thailandia è appena più a sud. Solo uno degli stati indiani li separa. Sembrerebbe strano per noi dove, nei nostri supermercati, abbiamo arance che provengono specialmente dalla Spagna o, pur se destinate all’estero, dalla Sicilia appunto.
Eppure è proprio la coltivazione di arance un punto comune tra il Bhutan e la Thailandia. Un altro elemento condiviso è lo Huanglongbing (HLB) virus.
Gli aranceti sono molto diffusi in tutta la catena himalayana, e molti stati sono preoccupati per il diffondersi di questo virus, che ha già devastato i raccolti thailandesi. E’ trasmesso da una piccola mosca che prospera con le foglie degli alberi di arancio.
E l’arancia è il primo genere di esportazione in tutte e quattro le provincie del Bhutan, vendute soprattutto al vicino Bangladesh. Ma arrivano anche in Europa.
Negli ultimi anni i raccolti hanno registrato grandi aumenti di profitti, ma ora i contadini temono che perderanno tutto e diventeranno mendicanti.

Una mappa del Bhutan
Il virus sembra sia letale per le piante. L’infezione è così severa, dicono gli scienziati, che alla fine uccide tutto l’albero. Nella provincia di Puankha sono state distrutti il 70% degli aranceti, mentre le altre provincie sono comunque severamente colpite. In Chukha tutta la regione di crescita è stata spazzata via.
La minaccia è seria e rischia, senza contromisure, di devastare l’economia di questo paese. Dai 300 camion usuali di arance annualmente, quest’anno si è passati ai 15, ha detto il dr. Sangay del Centro nazionale di protezione delle piante (NPCC). E la situazione potrebbe peggiorare.
I contadini si prendono cura, ma i proprietari terrieri sono per lo più assenti e non prestano attenzione al controllo delle piantagioni e dei frutteti. Un problema in più sono i frutteti abbandonati e illegali, che non sono soggetti ad alcun tipo di controllo. Anzi, si presume che proprio da questi sia partito il virus.

Le arance del posto insieme a dei biscotti
Il governo del Bhutan ha ordinato la creazione di un team investigativo per controllare questa epidemia. Se necessario, è stato dato ad esso il diritto di multare i contadini tra 5000 e 50000 Ngultrums (tra i 60 e i 600 euro, una cifra enorme per i bassi salari della regione) se non attueranno le raccomandazioni contro il virus.
E’ stato proposto inoltre che i frutteti illegali i cui proprietari non siano rintracciabili siano suddivisi tra i contadini senza terra, per essere meglio sfruttati.
Il centro per la protezione delle piante del Bhutan ha,inoltre, messo a punto un piano d’azione che comprende un training allo sviluppo, la quarantena di piante, un vivaio a prova di insetti e ripiantagioni nelle zone colpite.


La crisi dei giornali negli Stati Uniti si aggrava
L’industria dei giornali è stata colpita duramente negli Stati Uniti, e molti titoli sono molto vicini alla chiusura.
L’ultima vittima è il San Francisco Chronicle, i cui proprietari Mercoledì hanno annunciato che stavano programmando un “significativo” taglio di posti di lavoro per andare incontro ai tagli di spesa. E se questi obiettivi non saranno raggiunti, allora il giornale sarà venduto o chiuso.
Il Chronicle è stato fondato nel 1865, appena dopo l’inizio della corsa all’oro in California. Nel 2008 ha perso più di 50 milioni di dollari, e il 2009 si preannuncia peggiore.
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La tiratura è caduta del 7% nei sei mesi precedenti al Settembre 2008, e i guadagni dalla pubblicità stanno crollando. I proprietari hanno proposto misure simili per l’altro titolo della casa editrice, il Seattle Post-Intelligencer.
Lo stesso per il giornale cittadino di Tucson, il Denver’s Rocky Mountain, che pubblicherà l’ultima edizione venerdì.
Senza questi titoli Seattle, Denver e Tucson saranno comunque serviti da almeno un giornale.
Ma il fallimento del Chronicle lascerà San Francisco senza giornali a pagamento, ma solo con l’Examiner, un free press).
Anche le compagnie più grandi stanno risentendo della recessione. Il New York Times sta lottando per colmare un debito di 400 milioni di dollari, mentre nel 2008 è stato costretto a ipotecare il suo quartier generale, costruito nel 2007.
La Tribune Company, che possiede il Chicago Tribune, il Los Angeles Times, il Baltimore Sun e molti altri titoli hanno rischiato la bancarotta a Dicembre. Come anche quotidiani di Minneapolis e la Philadelphia Newspaper LLC, che possiede i due più importanti quotidiani della città.
Le ragioni. I giornali erano abituati a ottenere gli introiti da due fonti: i loro lettori (tramite abbonamenti o all’edicola) e la pubblicità.
Sempre più giornali hanno cominciato a rendere i loro contenuti gratis in internet, la prima sorgente di guadagnato si è prosciugata, perché i lettori hanno smesso di pagare per gli articoli che possono ottenere gratis sul web.
I quotidiani speravano che il boom della pubblicità su internet compensasse le perdite. Ma la ribalta di siti web di annunci gratis come Craiglist ha messo ulteriolmente in difficoltà le casse.
Il ribasso della tiratura della carta stampata è ampiamente colmato dai lettori on-line. Ma il problema per i giornali è come trasformare questi lettori in un guadagno maggiore.
Ora la preoccupazione è che la diffusione dei tagli ai giornali, in costi e posti di lavoro, e la possibile chiusura di molti di essi finisca per svalutare il giornalismo, e la democrazia, in America.
Il magazine Time ha suggerito una tecnica di micropagamenti: spendere alcuni centesimi per singoli articoli, qualcosa di più per l’edizione quotidiana o un paio di dollari per un abbonamento mensile. Ma pochi credono che con questo sistema si potrà tornare a coprire le spese.
Significherebbe guadagnare 24 milioni di dollari l’anno, per il New York Times. Ma anche con la crisi economica, la pubblicità online ha fatto guadagnare 1 miliardo di dollari lo scorso anno. Le copie vendute 668 milioni.
Difficilmente un paio di dollari al mese per ogni lettore sorpasseranno queste cifre.
(fonte: BBC News)

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