La California resta ancora in profondo rosso
Ma i Democratici hanno affermato che hanno abbandonato l’idea di ottenere il supporto per un pacchetto di 18 miliardi di dollari in aumenti di tasse e tagli, che hanno portato avanti per via dell’assemblea legislativa. Hanno mandato la proposta al governatore questo pomeriggio, anche se ha posto un veto ad essa, hanno osservato.USA e Canada, un intreccio in una crisi senza sbocchi
Non c’è pericolo, le industrie automobilistiche non falliranno. E’ troppo pericoloso per l’economia americana, afferma Bush negli ultimi giorni di presidenza. Se il piano di 17 miliardi di dollari è stato bocciato dal Senato, ora si studia un piano per far entrare le tre compagnie in via di bancarotta, Ford, Chrisler e GM nel piano di salvataggio di 700 miliard di dollari approvato poco tempo fa, orginalmente per le banche. Certo, se la situazione fosse più rosea si potrebbe aspettare il cambio di amministrazione e tentare ancora. Ma non c’è tempo, hanno dichiarato che hanno liquidità fino a fine mese. Poi, stop.

L’economia canadese è strettamente allacciata a quella statunitense, per quanto non possa sembrare a prima vista. Specialmente per quanto concerne l’automobile. Il Canada non possiede una dichiarata compagnia nazionale, e si appoggia su quelle dei vicini di casa. Non a caso, Detroit, sede principale delle tre case produttrici, confina direttamente col Paese della foglia d’acero. Il passaggio di confine di americani e canadesi è ovviamente molto frequente, viste le differenze economiche. Quasi come per gli italiani andare in Svizzera a fare benzina. A proposito, qui la benzina costa 0.75 dollari a litro, circa 50 cent di euro. Conveniente no? Negli Stati Uniti è ancora più economica.

Tornando all’argomento precedente, il Canada e l’Ontario, regione di Toronto già con un debito di 164 miliardi di dollari – guarda qui - finanzierà 3 dei 17 miliardi di dollari, dopo averne spesi già molti per evitare i rischi della crisi dei sub-prime appena “passata”. Le tre compagnie hanno diversi stabilimenti nel Paese e, se dovessero fallire, migliaia o decine di migliaia di persone resterebbero senza lavoro, portando anche il Canada in recessione economica. Per puntualizzare, essa è stata già dichiarata quasi ufficiale.
Intanto GM e Honda hanno già licenziato centinaia di lavoratori. Ciò evidenzia come la crisi dei crediti/debiti abbia praticamente congelato la vendita di auto e colpito tutte le compagnie. Tutti gli stabilimenti GM in Nord America saranno chiusi per il mese di Gennaio, così come alcuni impianti che producono veicoli sportivi. Uno stabilimento Chrysler in Windsor, Ontario, che produce mini-van chiuderà per l’intero mese e un altra fabbrica di automobili in Brampton, Ontario, chiuderà per le prime due settimane di Gennaio.
La buona notizia è che tutto ciò ha risvegliato il senso di appartenenza della classe lavoratrice in questo settore, che ha cominciato una settimana fa a scioperare negli stabilimenti in pericolo. Manifestando che i soldi sarebbero serviti sì per non chiuderli, ma che non avrebbero salvato gli operai dal licenziamento, hanno ottenuto, a detta loro a sorpresa, un paio di risultati. Quello che chiedevano, tuttavia, non era niente di eccezionale. Hanno preservato lo spirito americano, hanno gridato e chiesto solo quello che la legge garantiva loro, niente più: la retribuzione delle vacanze non conseguite, e 6o giorni di cassa-integrazione. E’ stato loro concesso. E ora?
Quanto potranno sopravvivere tre delle più grandi compagnie automobilistiche al mondo, con 17 miliardi di dollari, senza più persone che comprano macchine?
Una crisi scaccia l’altra
Quanti si ricordano che una volta c’era una crisi in Zimbabwe? Ripresa da un paio di media internazionali, non era diventata una prima notizia, ma quasi.
Ora, come al solito, c’è una crisi che ha messo in sordina l’altra. Dei Paesi africani non si parla spesso, e bisognerebbe per il grande fermento in atto. Anche ora, tempo di finanze in crollo, alcune Borse sub-sahariane dimostrano non più salute, ma percentuali in crescita. Per curiosità, dal New York Times ho scoperto che uno dei pochissimi indici in salita continua nel mondo, ora come ora, è invece in Iraq. In sede blindata, ovviamente. E perché? Perché la gente paga le case in cash, contanti.
Tornando allo Zimbabwe, in realtà la crisi persevera ancora. Riassumendo alla leggera, il presidente in carica Mugabe, al potere da 28 anni, ha vinto le elezioni di quest’anno, secondo la sua versione, e le ha perse, secondo l’opposizione di Tsvangirai. Così, sono iniziate le proteste della società civile, stanca della dittatura e, soprattutto, della fame.
Uno dei Paesi più poveri al mondo, ha un’inflazione che ha ormai raggiunto il 213 milioni per cento. Sono stati costretti a tagliare un sacco di zeri dalle banconote. Quello che è, per esempio, 20.000 dollari zimbabweani – 1 dollaro è circa 7.5 cents di euro – prima era 20 trilioni di dollari. Praticamente, non ci stavano più le cifre, sulle banconote. La gente vive di sostentamento, il governo dà un minimo ad ognuno per sopravvivere – sotto la soglia minima di povertà. E per ottenere questo poco, si fa fino a mezza giornata di fila.
Vari scontri tra le forze governative e quelle di opposizione hanno lasciato parecchi morti e molti incarcerati. Tsvangirai aveva deciso di finire la protesta, perché aveva capito che era una lotta inutile. La comunità internazionale prima è stata zitta, poi è andata contro Mugabe, ma solo a parole. Il quale ha ridotto il Paese in povertà grazie ai “preziosi consigli” del FMI, il Fondo Monetario Internazionale, famoso ormai per la tattica “ti do i soldi ma alle mie condizioni”. Che sono, quasi sempre, quelle di un’estrema privatizzazione che porta, in Paesi dove la corruzione è dilangante, a una distruzione dell’intero sistema.
Avendo comunque l’appoggio del FMI, e quindi dei potenti del mondo, niente si è fatto per cambiare la situazione. I Paesi africani però erano preoccupati. Non volevano che scoppiasse una nuova guerra civile che avrebbe potuto coinvolgere gli Stati confinanti. Quindi hanno chiamato un mediatore, Thabo Mbeki, ex presidente del Sud Africa appena espulso dal suo partito in favore di un nuovo leader. Mbeki è l’uomo che negli ambienti internazionali è diventato famoso per il suo dire che l’AIDS non è causato da un virus, ha combattuto contro la diffusione di terapie antivirali e, praticamente, ha affermato che il tutto è un complotto occidentale contro gli Africani per arricchire le case farmaceutiche. Quest’ultima cosa, d’altronde, non è del tutto falsa.
Si è cercato di negoziare, ma un dittore resta sempre un dittatore. Alla fine, messo sotto pressione, ha accettato di coinvolgere l’opposizione nel governo. Così, ci si è messi al lavoro per dividere i ministeri. All’inizio Mugabe, che comunque sia è abbastanza vecchio e molto testardo, ha lasciato solo quelli minori, come lo sport. Visto che, ovviamente, la situazione era in stallo, ha concesso di rivederli.
La nuova versione è che si terrebbe i ministeri di Difesa, Interni, Esteri, Giustizia e Media – lo Zimbabwe ha solo un giornale, quello di governo. Indeciso è il ministero delle Finanze. Praticamente come prima. E quello che tutti sanno è che si sta cercando di svuotare in anticipo il negoziato.
Ora, ci si può rendere conto di un fatto. Molti dei Paesi Africani – e fra poco forse l’Islanda – hanno contratto un debito con l’FMI, che a sua volta ha preso i soldi dai Paesi occidentali. La maggior parte dei debiti sono stati cancellati, per “carità” delle nazioni ricche, ma molti rimangono. Ora che faranno, pignoreranno questi Stati?
I debiti sono stati fatti per controllare le nazioni, invece di usare gli eserciti. In cambio dei soldi, si ricevono materie prime e altri “prodotti locali”. Per questo alcuni Paesi hanno rifiutato di sottoscrivere questi accordi, e guarda caso sono i più stabili del continente. Si può sperare che la crisi dei debiti-crediti nel mondo finanziario, coinvolga il mondo dei debiti-crediti statali – come quello USA – e si cominci a pensare che, in primis, è stupido andare avanti con soldi che non esistono e nessuno ha, e in secondo luogo non sono i soldi, reali o virtuali, che cambieranno il mondo. Ma forse per questo ci vorrà un po’.
Il Robin Hood contro le banche
E’ apparsa una vicenda interessante in Spagna. Giusto qualche giorno fa è apparso un video in internet, che riporto qui sotto, ripreso poi da vari quotidiani in giro per il mondo. Quasi, essendo il fatto che su quelli italiani non si è fatto – ovviamente – cenno.
La vicenda è questa – il video è sottotitolato in inglese: Enric Duran, un ragazzo spagnolo, ha cominciato a prendere prestiti dalle banche sempre più consistenti, senza l’idea di restituire i soldi; anzi, ha donato tutti i soldi presi a società o organizzazioni che stanno elaborando sistemi alternativi a quello finanziario odierno.
Essendo molto d’attualità, pur con una vena anarchica, è utile per riflettere di come le banche stiano rovinando pian piano il nostro stile di vita, di noi e di tutta la gente povera di questo pianeta.
Vi lascio al video.
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