Negli USA, riciclare non conviene (quasi) più
Chiunque venda lattine, bottiglie e altro materiale di scarto ai centri di riciclaggio può vedere gli effetti della crisi economica e dell’intervento del governo.
Negli Stati Uniti, i centri locali di riciclaggio non pagano più per cartone o carte d’ufficio, e uno dei centri più grandi ora fa pagare per accettare questi materiali. Dei prodotti solitamente riciclati dalle persone comuni, solo quelli con un aumento artificiale del prezzo – lattine e bottiglie coperte dalla California Redemption Value (tariffa di rimborso della California) – hanno mantenuto una porzione significativa del loro valore.
Per esempio, l’ammontare che i centri di riciclaggio prendono per le lattine d’alluminio è sceso di più del 50% in Ottobre, secondo Marty Berkowitz, che smercia prodotti riciclabili per Standard Industries, una grande compagnia di riciclaggio con base in Ventura. I cartoni erano venduti a 160 dollari la tonnellata; si è passati a 25 dollari in Dicembre. Lo stagno delle lattine, da 200 dollari la tonnellata, a 5 dollari. Per contrasto, il prezzo pagato dai clienti per il loro alluminio è sceso solo del 14%, da 1.85 dollari all’inizio del tracollo economico di Ottobre a 1.60 dollari per libbra alla fine del mese.
Più importante, il prezzo pagato ai clienti che vendono lattine e bottiglie al business di riciclaggio, non faranno scendere il prezzo sotto 1.57 per libbra (circa 31 lattine), in quanto la quantità è finanziata con depositi pagati quando la gente compra questi prodotti. I grandi centri hanno provato a proteggere i prezzi. Per esempio, esportando il materiale riciclato in Asia, specialmente in Cina e nel sud-est asiatico. Ma per i clienti in casa, il gioco non vale più la candela.
In alcuni casi, i contratti a lungo termine per queste transizioni contengono provvigioni sia “floor” (pavimento”) che “ceiling” (soffitto). Un prezzo “floor” protegge i venditori, richiedendo ai compratori di pagare un minimo, senza attenzione alle tariffe correnti. Un prezzo “ceiling” protegge i compratori, limitando la salita dei prezzi quando i tempi sono buoni.
Queste protezioni ora stanno fallendo, secondo Berkowitz, perché molti compratori offshore si stanno tirando indietro dagli ordini, cancellando lettere di credito e rifiutandosi di pagare. Far rispettare la legge dei contratti con compratori stranieri è difficile. La conseguenza è una frenetica ricerca di compratori qualificati e una discesca precipitosa nel prezzo dei prodotti riciclabili.
Per sviluppare questo mercato, il programma di uno stato – il Recycling Market Development Zone (Area di sviluppo del mercato del riciclaggio) – offre prestiti a fabbricanti che usano materiali riciclabili per i loro prodotti. Offrendo rate fisse al 4% per 15 anni, si propone di reincrementare le tariffe aumentando il numero di compratori locali dei materiali. Un programma che è attivo da 13 anni, ma è diventato particolarmente importante con la crisi corrente dei crediti.
A livello federale, l’Atto di stabilizzazione economica del 2008 (il piano di salvataggio approvato a Ottobre) contiene anche importanti provvigioni per aiutare l’economia stimolando gli investimenti sull’ambiente. Nello specifico, per aiutare le aziende di riciclaggio, il pacchetto autorizza delle misure chiamate “Recycling Investment Saves Energy” (Investimento nel riciclaggio salva-energia). Fornendo 162 milioni di dollari in incentivi di tasse nell’arco di 10 anni, incoraggerà la costruzione e il miglioramento delle strutture provvedendo un deprezzo del 50% verso l’acquisto di equipaggiamento e macchinari. Il pacchetto estende i crediti ai progetti energetici sul vento, sul geotermale e sulla biomassa per un altro anno. Più significativo, estende il credito alle installazioni di energia solare per i prossimi 8 anni e rimuove il tappo di 2000 dollari sul credito per i proprietari di casa.
In altre parole, l’energia rinnovabile è ora più competitiva, quindi un investimento in questo settore si paga in meno tempo che precedentemente, e chi possiede una casa può più facilmente garantire i suoi costi per l’elettricità per i prossimi 20 anni.
(tratto da Venturacountystar.com)
Iraq: Guardie Blackwater saranno processate per strage del 2007
Cinque agenti si sono consegnati oggi alle autorità nello Utah
New York, 8 dic. (Apcom) – Cinque degli agenti di sicurezza della Blackwater Worldwide, accusati nell ambito della sparatoria che uccise 17 iracheni nel settembre 2007 a Baghdad, si sono consegnati questa mattina ad una corte federale nello Utah andando così incontro al processo per la strage in cui sono rimaste coinvolte l’anno scorso.
Nel settembre 2007 le guardie della Blackwater uccisero 17 persone a Baghdad sollevando l’attenzione dell’opinione pubblica americana perchè gli uomini aprirono il fuoco senza essere provocati. Tra i morti civili c’erano anche dei bambini.
Ora i 5 dovranno affrontare l’accusa di omicidio colposo a Washington, insieme ad altri capi di imputazione. I loro avvocati vorrebbero però spostare la causa nello Utah dove potrebbero favorire di una giuria popolare più conservatrice e quindi possibilmente più indulgente.
Blackwater Worldwide, che ha il più grande appalto privato per la difesa americana in Iraq, ha sempre sostenuto che i suoi agenti erano stati provocati da dei ribelli. La società ha svolto un ruolo decisivo nel conflitto iracheno dove è presente sin dal 2003, quando ricevette un appalto da 21 milioni di dollari per l’ingaggio delle proprie guardie da parte del governo americano. Attualmente in Iraq si stima che siano presenti tra i 30.000 ed i 40.000 uomini della società.
Tra crisi e pirati, l’Egitto soffre
Fino a qualche anno fa la maggior parte degli occidentali vedeva la pirateria come una cosa esotica, ormai estinta, appartenente a un passato di colonizzazione e scoperte geografiche.
Oggi, invece, i governi di mezzo mondo guardano con preoccupazione al rinascere, o per meglio dire alla crescita esponenziale, di questo fenomeno. La pirateria è tornata alla ribalta per accaparrarsi l’oro del ventesimo e, speriamo di no, ventunesimo secolo: il petrolio. Ovviamente, essendo una fonte energetica, alla fin fine ciò che si ricava è sempre denaro. Ma pure nell’assaltare i galeoni inglesi si chiedeva un riscatto per la nave e l’equipaggio, che allora era la fonte energetica dei vascelli. Il problema è che dal petrolio dipende tutto il mondo.
C’è un altro fatto però che sta venendo alla luce. Riguarda parte della rotta più frequentata dai mercantili, una delle cosiddette “autostrade del mare”. Si tratta del Canale di Suez. Come si apprende dalle notizie che arrivano quotidianamente, molti sequestri avvengono tra la Somalia e lo Yemen, ovvero all’entrata dell’Oceano Indiano nel Mar Rosso, che porta poi al Canale. Un territorio che, in piccola parte, appartiene anche all’Iran.
Il Canale è di appartenenza all’Egitto. Fu costruito dall’ex-impero britannico quando quel territorio era colonia inglese, e ultimato nel 1869. In seguito fu ampliato per consentire l’accesso ai giganteschi cargo moderni.
L’economia egiziana è basata su tre fattori di guadagno: le rimesse dall’estero, il turismo e il passaggio delle navi nel Canale, da cui prende cospicue tasse. Solo nell’anno fiscale 2008, il Paese ha guadagnato 5 miliardi di dollari da questo introito. Ora, però, c’è il rischio che venga abbassato di molto.
Già due compagnie commerciali hanno detto che non passeranno più attraverso il Canale: troppo rischioso, per i continui attacchi della pirateria. Altre stanno valutando l’idea di doppiare Capo Verde per giungere in Europa e negli USA, pur avendo una lievitazione dei costi del 30%. L’influenza sul prezzo del greggio e altre merci sarebbe considerevole.
Per quanto la somma guadagnata possa sembrare bassa per uno Stato, per l’Egitto, che ha sul territorio 76 milioni di abitanti in cui il 20% vive con appena due dollari al giorno, anche una piccolo ribasso può avere pesanti ripercussioni. Specialmente in un periodo in cui la crisi economica colpirà sicuramente la vasta industria del turismo.

Anche prima dell’aumento della pirateria, in Canale che fu nazionalizzato nel 1956, anno dell’indipendenza, stava passanto un lieve declino nell’utilizzo, dovuto per lo più all’inflessione di domanda per i beni trasportati via nave.
La soluzione migliore sarebbe stabilizzare quel paese disintegrato chiamato Somalia. Per compensare le perdite, il governo egiziano sta pensando di abbassare le tasse, almeno per i carghi vuoti. Il Gen. Ahmed Fadel, capo dell’Autorità del Canale di Suez, ha precisato: “Gli introiti saranno minori, ma è meglio di niente”.
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