Elezioni in Russia. Putin stravince, ma i concorrenti sono invisibili

Mentre gli Stati Uniti cercano l’accordo con la Russia per andare contro l’Iran, le elezioni nella federazione che abbraccia due continenti non sono un esempio di limpidezza democratica.
Domenica si sono svolte le elezioni amministrative, da Mosca alle città che si affacciano sull’oceano Pacifico. Circa 30 milioni di persone sono state chiamate a votare. I risultati hanno dimostrato che il partito di Putin, Russia Unita, ha stravinto praticamente ovunque. Le votazioni sono avvenute anche nel Caucaso, in Inguscezia e Cecenia.
L’opposizione ha denunciato brogli in ogni zona di voto. I partiti in competizione sono pochi, perché la maggior parte sono stati banditi oppure, in diversi casi, i loro rappresentanti minacciati o esiliati. A volte anche uccisi.
Nell’assemblea della città di Mosca, Russia Unita ha vinto con il 66% delle preferenze, mentre i Comunisti si sono fermati al 13%. Questi ultimi sono ora costretti a dare al Parlamento di Mosca tutti e 3 i loro posti – su 35 in totale – rafforzando ancora di più la mano del potente sindaco della capitale, Yuri Luzhkov.
L’opposizione aveva sperato che la crisi economica portasse voti a loro favore, ma non è stato così. Sembra abbia in realtà compattato ancora di più Russia Unita e portato altra acqua al mulino. I russi, dunque, hanno scelta chi già è al potere.

Putin e Kasparov
Oggi varie proteste sono scoppiate a Mosca contro i risultati. La polizia ha già reagito arrestando circa 50 persone che manifestavano. Il leader del movimento giovanile di opposizione, Roman Dobrojotov, e Lolita Tsaria, dirigente del Fronte Civico Unito di Kasparov – il leader politico di opposizione in esilio – sono tra gli arrestati.
Mentre gli organizzatori parlano di elezioni pulite, le proteste si fanno più incandescenti. Forse non ci saranno stati troppi brogli, ma quello che manca a questa democrazia, è la pluralità di partiti che possono opporsi a Putin. Chi si oppone, in un modo o nell’altro, viene fatto fuori.
Intanto in Russia la crisi economica si aggrava, la disoccupazione cresce senza rallentamenti, la popolazione è decimata dall’AIDS. Non si è ancora disintegrata solo grazie alle materie prime. Ma l’economia non si regge solo sui soldi che ha lo stato, anche su quante persone possono mangiare.
I militari USA si ritirano dalle città irachene
Il ridispiegamento in patria delle truppe americane è previsto per il 2011, con un significativo ridimensionamento appena dopo le elezioni del prossimo Gennaio. Ma ora è stata posta quella ormai definita come “pietra miliare”. Per quanto i militari continueranno fino ad allora ad affiancare le forze irachene, l’esercito non ci sarà più nelle città.
E’ stata indetta una vacanza nazionale – il Giorno di Sovranità Nazionale – e a Baghdad si è tenuta una grande festa per celebrare il cambiamento.
Ora le truppe sono in allerta per una ripresa degli insorti nel cambio di guardia. Sia gli americani che gli iracheni si aspettano nuove ostilità, e che i gruppi di al-Qaeda nel paese ricomincino a fomentare le divisioni settaria tra i vari gruppi o clan.
Il successo del ritiro dei militari dipenderà da come i politici riusciranno ad affrontare il problema della sicurezza, totalmente nelle loro mani.
Lunedì 29 Giugno soldati iracheni hanno fatto una parta per le strade di Baghdad con bandiere irachene e fiori, mentre venivano suonate dagli altoparlanti dei checkpoints canzoni patriottiche.
I comandanti USA dicono che le forze di sicurezza irachene ora sono pronte per affrontare il compito della sicurezza. Negli ultimi anni la violenza è molto diminuita nel paese. Ma già nei mesi recenti, è ritornata l’insurrezione con tre attacchi, negli ultimi dieci giorni, tra Baghdad e Kirkuk, che hanno fatto 170 morti e molti altri feriti.
Chi complotta contro la Turchia?

Le armi trovate durante un'investigazione per questo presunto complotto a Gennaio
Il 12 Giugno il quotidiano turco Taraf, liberale e spesso critico verso i militari, ha pubblicato un documento sulle sue pagine. Era scritto che proveniva dall’ufficio di un generale, firmato da un alto ufficiale della marina.
Il documento allegato, intitolato “Piano di azione per combatttere il fondamentalismo” descrive piani per screditare l’AKP, il partito del primo ministro Erdogan, ora al governo, attraverso una campagna mediatica, fomentare divisioni all’interno del partito stesso e l’opposizione nazionalista contro il governo, e nascondere armi – da poi far trovare -in abitazioni utilizzate dal predicatore musulmano Fethullah Gulen, per suggerire che il movimento religioso sia inserito in attività militanti.
Avevamo già parlato dei pericoli di questo complotto, chiamato Ergenekon, per la democrazia in Turchia. Questo documento dà da una parte nuove fondamenta all’ipotesi di qualche macchinazione per rovesciarla, dall’altra getta ancora più confusione su chi lo voglia veramente fare.

La stampa turca all'uscita dello scandalo di complotto
La pubblicazione sembra la dichiarazione per un lento colpo di stato. Si parte dal presupposto di screditare il presente governo dell’AKP, eletto nel 2002 e poi riconfermato nel 2007, cercando di creare divisioni all’interno dello stesso. Lo scopo del ritrovamento del documento potrebbe essere prorpio questo. Ma ora ci stanno indagando sia il governo che gli stessi militari.
Il capo dell’esercito si è incontrato con Erdogan per discutere della questione. Prima però ha rilasciato una dichiarazione affermando di negare ogni appartenenza a questo progetto o documento e, se verificato come originale da parte di questi militari, si dissocia comunque in ogni forma.
Per quanto nella storia turca abbiano rovesciato governi per difendere lo stato laico, ora l’esercito sa che deve tenere conto del parere della popolazione. La quale appoggia i militari come difensori della patria, ma come si è visto nel 2007, non gradisce più interferenze nella politica del paese. Quando l’esercito in quell’occasione aveva minacciato di intervenire, nel caso fosse salito al potere un partito islamico, ha fatto infuriare la massa che si è schierata unita contro un intervento.
Il complotto generale si inserisce nel contesto delle riforme dell’AKP. Se dal 2002 al 2007 il partito si è presentato come riformista, seguendo un cammino verso l’entrata nell’Unione Europea, nelle elezioni successive qualcosa è cambiato. Il partito è diventato più conservatore e più populista, cercando in modo molto gentile di introdurre degli ordinamenti “islamici”. Ricordo quello molto dibattuto della possibilità di portare il velo nelle università turche, prima vietato, oppure leggi contro gli alcolici. Nelle amministrative che si sono tenute un anno dopo, l’AKP ha perduto il 9% dei consensi. Le promesse sono state tante, ma poche quelle mantenute.
Ottobre 2008. Manifestazione davanti alla prigione dove sono agli arresti di alcuni complottanti. Lo slogan dice: Il complotto sarà sventato, l'America perderà, la Turchia vincerà
Probabilmente dietro questo documento ci sono alcuni nazionalisti, militari o civili non si sa ancora. Per i militari sarebbe stato stupido far trapelare, e ancor prima comporre, in via ufficiale uno scritto così scottante. Se avessero voluto fare un colpo di stato, l’avrebbero fatto subito. Ma la popolazione è contraria.
Inoltre, non solo il governo ma altri settori della società sono screditati, come alcuni artisti, giornalisti, medici. Quello che la popolazione, soprattutto i giovani turchi temono, è un’infiltrazione molto graduale ma continua di elementi di una setta religiosa nel governo. Sembra infatti comprovata, nel corso del tempo,una pressione molto morbida per introdurre elementi di una moralità sociale conservatrice. Forse nell’AKP ci sono già due correnti, una che prova a far passare questi provvedimenti, e una più riformista, messa un po’ in disparte.
La paura è che questi elementi trasformino gradualmente la Turchia da un paese secolare ad uno islamico, per quanto i princìpi del primo siano sanciti nella costituzione.
Netanyahu svela ancora la miopia di Israele per la pace

Ritorna il nodo Israele-Palestina. Il primo ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato, dopo che anche in campagna elettorale sbandierava l’unica esistenza del suo paese nel territorio, che permetterebbe la nascita di uno stato palestinese completamente demilitarizzato, senza armi e neppure il controllo sul suo spazio aereo.
Le reazioni sono state diverse. Gli Stati Uniti conoscono bene la via diplomatica e sanno che queste proposte sono lanciate con degli estremi, per poi ridefinirle in sede appropriata. Dalla totale demilitarizzazione si passerebbe ad una forza di polizia controllata, per esempio. Quindi, hanno definito la dichiarazione un piccolo passo avanti.
I coloni ebrei sono arrabbiati. Netanyahu era l’uomo che, a differenza dei precedenti governi, li avrebbe difesi dalle pressioni USA per farli smantellare – perché, dal punto di vista giuridico, sono illegali. Dopo decenni di tolleranza alcuni sono stati smantelllati negli ultimi anni per facilitare il processo di pace, poi naufragato con l’ultima guerra Israele-Striscia di Gaza.
Ora, Netanyahu è riuscito a prendere il potere anche grazie alle sue posizioni non certo moderate. E i coloni, dopo che nell’intervento è stato detto che alcune colonie andrebbero ritirate, si sentono traditi. Sicuramente questo sarà un altro punto che Netanyahu cercherà di ritrattare, non volendo perdere voti dall’elettorato – quella frangia estremista di elettori che rappresentano appunto i coloni. Ricordando che hanno colonizzato una terra non loro, secondo i trattati di pace che stabiliscono i confini di territorio.I palestinesi, come succede qui in Italia con i “campi illegali”, sarebbero autorizzati a smantellare queste aree. Ma tutta la situazione è illegale dal punto di vista isrealiano.
L’Autorità Nazionale Palestinese, presente nella West Bank – Cisgiordania, ha detto che l’iniziativa, così come è stata proposta, bloccherà le proposte di pace.
Hamas ha chiamato i governi arabi a boicottare ogni processo di pace con queste condizioni. La demilitirazzione della Palestina, specialmente con Gerusalemme completamente in mano a Israele, farebbe sentire i palestinesi completamente sotto controllo, schiavi del governo imperante israeliano. Nessuna capacità difensiva da parte di uno Stato che li aggredisce quotidianamente, e quindi dovendo sopportare sempre e ovunque tutti gli abusi senza poter reagire. Questo vuole l’Israele di Netanyahu. E questo i palestinesi non vogliono certo ottenerlo.
Questo sarebbe possibile in una situazione di fiducia reciproca, e soprattutto rispetto. Ma queste idee non esistono più da molto tempo in quei territori.
Israele sta dimostrando, ancora una volta, la miopia in questo problema. E parlo di Israele perché Hamas non è considerato, con errore, dalle parti un esponente valido per trattare. Ma é Hamas che governa a Gaza, e gli Stati Uniti e Israele fanno affari con gente molto più sporca di questo partito, ovunque nel mondo.
Video di circa un anno fa, prima delle elezioni. Netanyahu parla chiaramente di come gli USA devono aiutare Israele in una guerra contro l’Iran.
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