Chi complotta contro la Turchia?

Le armi trovate durante un'investigazione per questo presunto complotto a Gennaio
Il 12 Giugno il quotidiano turco Taraf, liberale e spesso critico verso i militari, ha pubblicato un documento sulle sue pagine. Era scritto che proveniva dall’ufficio di un generale, firmato da un alto ufficiale della marina.
Il documento allegato, intitolato “Piano di azione per combatttere il fondamentalismo” descrive piani per screditare l’AKP, il partito del primo ministro Erdogan, ora al governo, attraverso una campagna mediatica, fomentare divisioni all’interno del partito stesso e l’opposizione nazionalista contro il governo, e nascondere armi – da poi far trovare -in abitazioni utilizzate dal predicatore musulmano Fethullah Gulen, per suggerire che il movimento religioso sia inserito in attività militanti.
Avevamo già parlato dei pericoli di questo complotto, chiamato Ergenekon, per la democrazia in Turchia. Questo documento dà da una parte nuove fondamenta all’ipotesi di qualche macchinazione per rovesciarla, dall’altra getta ancora più confusione su chi lo voglia veramente fare.

La stampa turca all'uscita dello scandalo di complotto
La pubblicazione sembra la dichiarazione per un lento colpo di stato. Si parte dal presupposto di screditare il presente governo dell’AKP, eletto nel 2002 e poi riconfermato nel 2007, cercando di creare divisioni all’interno dello stesso. Lo scopo del ritrovamento del documento potrebbe essere prorpio questo. Ma ora ci stanno indagando sia il governo che gli stessi militari.
Il capo dell’esercito si è incontrato con Erdogan per discutere della questione. Prima però ha rilasciato una dichiarazione affermando di negare ogni appartenenza a questo progetto o documento e, se verificato come originale da parte di questi militari, si dissocia comunque in ogni forma.
Per quanto nella storia turca abbiano rovesciato governi per difendere lo stato laico, ora l’esercito sa che deve tenere conto del parere della popolazione. La quale appoggia i militari come difensori della patria, ma come si è visto nel 2007, non gradisce più interferenze nella politica del paese. Quando l’esercito in quell’occasione aveva minacciato di intervenire, nel caso fosse salito al potere un partito islamico, ha fatto infuriare la massa che si è schierata unita contro un intervento.
Il complotto generale si inserisce nel contesto delle riforme dell’AKP. Se dal 2002 al 2007 il partito si è presentato come riformista, seguendo un cammino verso l’entrata nell’Unione Europea, nelle elezioni successive qualcosa è cambiato. Il partito è diventato più conservatore e più populista, cercando in modo molto gentile di introdurre degli ordinamenti “islamici”. Ricordo quello molto dibattuto della possibilità di portare il velo nelle università turche, prima vietato, oppure leggi contro gli alcolici. Nelle amministrative che si sono tenute un anno dopo, l’AKP ha perduto il 9% dei consensi. Le promesse sono state tante, ma poche quelle mantenute.
Ottobre 2008. Manifestazione davanti alla prigione dove sono agli arresti di alcuni complottanti. Lo slogan dice: Il complotto sarà sventato, l'America perderà, la Turchia vincerà
Probabilmente dietro questo documento ci sono alcuni nazionalisti, militari o civili non si sa ancora. Per i militari sarebbe stato stupido far trapelare, e ancor prima comporre, in via ufficiale uno scritto così scottante. Se avessero voluto fare un colpo di stato, l’avrebbero fatto subito. Ma la popolazione è contraria.
Inoltre, non solo il governo ma altri settori della società sono screditati, come alcuni artisti, giornalisti, medici. Quello che la popolazione, soprattutto i giovani turchi temono, è un’infiltrazione molto graduale ma continua di elementi di una setta religiosa nel governo. Sembra infatti comprovata, nel corso del tempo,una pressione molto morbida per introdurre elementi di una moralità sociale conservatrice. Forse nell’AKP ci sono già due correnti, una che prova a far passare questi provvedimenti, e una più riformista, messa un po’ in disparte.
La paura è che questi elementi trasformino gradualmente la Turchia da un paese secolare ad uno islamico, per quanto i princìpi del primo siano sanciti nella costituzione.
Le truppe indiane lasceranno il Kashmir

Le truppe si ritireranno dal Kashmir, ha detto il ministro dell’interno dell’India. Non è stata fornita alcuna data per ora, ma la notizia è significativa.
La repubblica indiana, dopo le guerre con il Pakistan, ha lasciato sul suo territorio a maggioranza musulmana centinaia di migliaia di soldati, che nel corso di varie battaglie con la nazione vicina, hanno provocato decine di migliaia di morti e un senso di paura, o terrore, generalizzati tra la popolazione. Da più di 50 anni due guerre sono state combattute, con risultati praticamente nulli, e dal 1989 è in atto nel Kashmir una insurrezione separatista.
L’esercito è restato nella zona di confine con la responsabilità di tenere d’occhio la zona e impedire le infiltrazioni.
Il progetto è di rendere le forze di polizia locali responsabili per la sicurezza interna della regione.
L’esercito ufficialmente combatte anche le forze terroristiche. Ma ora la volontà è di farlo spostare dalle città, dove provoca vari movimenti di protesta.
I gruppi separatisti del Kashmir domandano da tempo il ritiro delle truppe e la cancellazione di leggi come l’Armed Forces Special Powers Act, che da poteri radicali all’esercito regolare. Anche questa proposta è stata presa in considerazione.
Le agitazioni delle ultime settimane nel Kashmir hanno portato la visita del Ministro dell’Interno. A fine Maggio sono stati trovati i corpi di due donne. Questo evento ha provocato vari incidenti tra manifestanti e forze di sicurezza, accusate di aver provocato le morti. La polizia ha detto che sta trattando il caso come stupro e omicidio. Il Ministro dell’Interno ha detto che il governo intende aprire un’inchiesta sull’incidente e punire i responsabili.
Negli ultimi tre anni la violenza nella regione amministrata dall’India è diminuita drasticamente. L’esercito diventa sempre meno utile a controllare qualcosa che sta scomparendo.
Tra la NATO, il Patriarca e la Russia, chi governa in Georgia?

Manifestazione davanti al Parlamento
Dal 9 Aprile manifestano, ma si è scoperto solo l’altro giorno. Da anni, in Georgia, il malcontento della popolazione verso il presidente Mikheil Saakashvili cresce costantemente. L’ammutinamento che, secondo lui, sarebbe stato fomentato dalla Russia non è altro che un ennesimo, e non ultimo, episodio verso la sua caduta dal potere. Quando, dipenderà da quanto i paesi occidentali continueranno a sostenerlo.
La Russia non brilla per onestà politica, ma per quanto riguardo la Georgia si può dire che la causa dei problemi sono entrambi i paesi. Saakashvili è essenzialmente un presidente anti-democratico e in questi mesi l’ha dimostrato.
Mercoledì notte per la prima volta attivisti georgiani si sono scontrati con la polizia nella capitale, Tbilisi, lasciando dozzine di persone ferite.
Dopo un assalto Martedì a un presentatore di telegiornale, varie persone erano state arrestate. Lo scontro ora è avvenuto quando degli attivisti hanno cercato di circondare una stazione di polizia, chiedendo il rilascio di tre giovani membri accusati del crimine. A quel punto la reazione delle forze dell’ordine è stata scontata.
Ventidue manifestanti, un giornalista e sei poliziotto sono stati ricoverati con ferite, ha detto Shota Utiashvili, un portavoce del Ministro degli Interni. Ha aggiunto che i poliziotti non erano autorizzati ad attaccare, che comunque non hanno usato proiettili di gomma. Invece, proprio un ex portavoce del parlamento, Nino Burjanadze, ha mostrato in seguito un pugno pieno di questi.
Un ogni caso, Utiashvili ha rassicurato, una volta che i manifestanti sono stati respinti, non è stata usata forza contro di loro.
Ma non si tratta di pochi facinorosi. Da parecchie settimane ormai i gruppi di opposizione hanno riunito circa 3000 persone fuori dal Parlamento, chiedendo le dimissioni del Presidente. Oltre alla situazione economica pessima del paese, è accusato di aver gestito male il rapporto con la Russia durante l’invasione del paese.

Saakashvili con Bush
L’esercito, che stava aspettando le esercitazioni NATO che poi si sono svolte regolarmente, non vede di buon occhio l’appoggio occidentale a un presidente che è considerato più un incapace che un capo di stato. Sotto questa prospettiva, vedendo quanto la situazione era in stallo, non è una sorpresa vedere un reparto ammutinarsi e tentare un coup d’etat, per mettere fine al regime presente.
La Chiesa Ortodossa è dovuta intervenire per calmare le acque. Il Patriarca Ilia II della Chiesa Georgiana ha dichiarato l’urgenza di rilasciare questi tre attivisti sotto arresto per allentare le tensioni. Ha detto che la situazione è a “pericolo di esplosione” e ha scoraggiato l’opposizione di prendere “misure anticostituzionali”. Appelli raccolti dal governo.
Dopo questi eventi, all’avvicinarsi delle esercitazioni NATO e all’accusa della Georgia contro la Russia, vari paesi sono ritirati. Il presidente di quest’ultima, Medvedev, ha dichiarato che sono delle provocazioni.La Serbia non ha più partecipato. Pur facendo parte di alleati al di fuori del Patto Atlantico, non ha voluto inimicarsi il suo partner più stretto, soprattutto nella lotta contro l’indipendenza del Kosovo.
L’esercito della regione georgiana secessionista dell’Abkhazia e’ entrato in stato di allerta permanente per le esercitazioni Nato in Georgia. Rafforzata anche la sicurezza al confine con la Georgia: lo ha annunciato il gen. Anatoli Zaitsev, capo dello Stato maggiore abkhazo, ricordando che Saakahsvili scateno’ la guerra contro l’Ossezia del sud dopo aver promesso di risolvere i problemi pacificamente.
Ora, quando la NATO è passata e l’Occidente comincia a mettere un po’ di polvere sotto il tappeto, Medvedev tende nuovamente la mano mentre il suo ambasciatore è a Washington. “Nonostante il fatto che i rapporti tra Russia e Georgia sono davanti a sfide serie, i contatti tra le persone e le organizzazioni pubbliche non si sono fermati”.

L'interesse occidentale della Georgia: il gasdotto, invece di passare dalla Russia, attraversa il piccolo paese e arriva dritto in Europa. Un piatto ghiotto per noi, un pericolo per i russi
In un messaggio indirizzato ai veterani georgiani della Seconda guerra mondiale, il leader russo ha ricordato “la lotta comune contro gli invasori nazisti”, che ha rappresentato “una delle pagine più memorabili ed eroiche nella storia dei rapporti amichevoli russo-georgiani”.Saakashvili potrebbe avere delle manie di persecuzione verso Mosca, ma dopo sentenze di questo calibro, è bene anche ricordare che la Georgia, ora, è una nazione indipendente, non fa più parte dell’USSR.In ogni caso, è meglio che si guardi le spalle, ma dal suo stesso popolo.
Anche il passato italiano ci lega agli Stati Uniti, ma non per questo dobbiamo permettere che invadano parte del territorio o pongano legami troppo forti con la nostra politica. Forse, sotto questo aspetto, è più facile fare una comparazione tra Georgia e Italia.
Lo scontro di due etnie. Ma in Sri Lanka
Un altro conflitto, lungo quasi quanto quello israelo-palestinese, tormenta un altro lembo di terra grande quanto un terzo dell’Italia. Nel sud dell’India c’è un isola più o meno dimenticata dal mondo occidentale, perché non vi sono grandi ricchezze ma ha il torto di essere “solamente” un conflitto etnico. E’ l’isola dello Sri Lanka.
Tornata alla ribalta in questi giorni per le vittorie dell’esercito srilankese sui ribelli chiamati Tigri Tamil, le condizioni di vita della popolazione locale che subisce il conflitto si deteriorano di giorno in giorno. Secondo le notizie da entrambe le parti, la capitale amministrativa delle Tigri è stata riconquistata, Kilinochchi insieme ad un’altra città chiave, Pallai, nei giorni scorsi. Oltre a ciò è stata ufficializzata la presa di possesso del Passo dell’Elefante, una zona strategica che connette la penisola di Jaffna nel nord con il resto dell’isola.
![]()
Tuttavia il conflitto è lungi dall’essere terminato. A quanto sembra l’artiglieria pesante e gran parte dell’armamento è stato ritirato dai paesi nella giungla, in un territorio vicino al paese di Mullaithivu, la roccaforte delle tigri. Dopo gli anni passati in una guerra semi-regolare, quello che si presenta ora è il passaggio ad una guerriglia continua, di logoramento, che renderà difficile al governo reimpossessarsi del territorio.
Il Movimento delle Tigri per la liberazione della patria tamil (LTTE) fu fondato nel 1972 da Velupillai Prabhakaran e attrasse molti sostenitori tra la disincantata gioventù Tamil. Le radici del conflitto risalgono al governo coloniale britannico, quando il paese era conosciuto come Ceylon. Un movimento politico nazionalista sorse dalla comunità Singalese all’inizio del 20° secolo con l’obiettivo di ottenere l’indipendenza politica, che fu concessa dai Britannici dopo i negoziati di pace del 1948.
I disaccordi tra le comunità etniche dei Singalesi e dei Tamil esplosero al momento di scrivere la prima costituzione post-indipendenza. La dichiarazione del Primo Ministro dell’epoca Bandaranaike dell’ “Atto unico dei Singala” fu la scintilla che portò al conflitto. La legge propugnava che la lingua del gruppo etnico maggioritario, quello dei singalesi, parlata dal 70% della popolazione, fosse la sola lingua ufficiale dello Sri Lanka. I sostenitori della legge affermarono che era un modo della comunità di distanziarsi dai padroni coloniali, mentri i suoi oppositori vi videro solo un modo della comunità linguistica predominante di imporsi sulle minoranze.
Da allora a fasi alterne la guerra è proceduta a vantaggio di una parte o dell’altra. Per un periodo finanziate dall’India, poi passata al governo “regolare”, nel 1987 lo LTTE inaugurò le Tigri Nere, una unità responsabile di condurre attacchi suicidi contro obiettivi politici, economici e militari. Lanciò il primo attacco contro un campo dell’Esercito dello Sri Lanka, uccidendo 40 soldati. Questo fatto dà inizio a una serie di vendette da parte di cingalesi che portano all’assassinio di centinaia di tamil.
La guerra è continuata negli anni ‘90 con occasionali tregue, seguite da un ritorno ai combattimenti. L’Esercito singalese bombarda anche zone abitate da civili tamil, come nel 1995 in cui distrugge a Jaffna la chiesa di St.Peter provocando 100 morti e il doppio di feriti. Alla fine del decennio si scoprono le prime fosse comuni. Nel 1998 viene alla luce una con 300/400 corpi di tamil, e i dati sulle sparizioni di tamil, da parte delle forze di sicurezza singalesi, contano centinaia di casi.
Settantamila morti sono stati provocati dal conflitto. Solo nel 2008, più di 11.000. Già un centinaio sono caduti dall’inizio del 2009.
(fonti: Csmonitor, Peacereporter, Flashpoint)
-
Archivi
- Ottobre 2009 (6)
- Settembre 2009 (9)
- Agosto 2009 (4)
- Luglio 2009 (14)
- Giugno 2009 (26)
- Maggio 2009 (15)
- Aprile 2009 (6)
- Febbraio 2009 (11)
- Gennaio 2009 (18)
- Dicembre 2008 (11)
- Novembre 2008 (4)
- Ottobre 2008 (13)
-
Categorie
-
RSS
Ingressi RSS
Commenti RSS


