Gli aranceti dell’Himalaya minacciati da un virus

La bandiera del Bhutan
Il Bhutan è un piccolo paese asiatico, schiacciato tra India e Cina, a est del Nepal. E’ grande, più o meno, come Sicilia e Calabria messe assieme. Territorio montuoso alla fine della catena Himalayana, ha 600.000 abitanti. I Bhutanesi chiamano il loro paese Druk Yul, che significa “Terra del drago tonante”.
La Thailandia è appena più a sud. Solo uno degli stati indiani li separa. Sembrerebbe strano per noi dove, nei nostri supermercati, abbiamo arance che provengono specialmente dalla Spagna o, pur se destinate all’estero, dalla Sicilia appunto.
Eppure è proprio la coltivazione di arance un punto comune tra il Bhutan e la Thailandia. Un altro elemento condiviso è lo Huanglongbing (HLB) virus.
Gli aranceti sono molto diffusi in tutta la catena himalayana, e molti stati sono preoccupati per il diffondersi di questo virus, che ha già devastato i raccolti thailandesi. E’ trasmesso da una piccola mosca che prospera con le foglie degli alberi di arancio.
E l’arancia è il primo genere di esportazione in tutte e quattro le provincie del Bhutan, vendute soprattutto al vicino Bangladesh. Ma arrivano anche in Europa.
Negli ultimi anni i raccolti hanno registrato grandi aumenti di profitti, ma ora i contadini temono che perderanno tutto e diventeranno mendicanti.

Una mappa del Bhutan
Il virus sembra sia letale per le piante. L’infezione è così severa, dicono gli scienziati, che alla fine uccide tutto l’albero. Nella provincia di Puankha sono state distrutti il 70% degli aranceti, mentre le altre provincie sono comunque severamente colpite. In Chukha tutta la regione di crescita è stata spazzata via.
La minaccia è seria e rischia, senza contromisure, di devastare l’economia di questo paese. Dai 300 camion usuali di arance annualmente, quest’anno si è passati ai 15, ha detto il dr. Sangay del Centro nazionale di protezione delle piante (NPCC). E la situazione potrebbe peggiorare.
I contadini si prendono cura, ma i proprietari terrieri sono per lo più assenti e non prestano attenzione al controllo delle piantagioni e dei frutteti. Un problema in più sono i frutteti abbandonati e illegali, che non sono soggetti ad alcun tipo di controllo. Anzi, si presume che proprio da questi sia partito il virus.

Le arance del posto insieme a dei biscotti
Il governo del Bhutan ha ordinato la creazione di un team investigativo per controllare questa epidemia. Se necessario, è stato dato ad esso il diritto di multare i contadini tra 5000 e 50000 Ngultrums (tra i 60 e i 600 euro, una cifra enorme per i bassi salari della regione) se non attueranno le raccomandazioni contro il virus.
E’ stato proposto inoltre che i frutteti illegali i cui proprietari non siano rintracciabili siano suddivisi tra i contadini senza terra, per essere meglio sfruttati.
Il centro per la protezione delle piante del Bhutan ha,inoltre, messo a punto un piano d’azione che comprende un training allo sviluppo, la quarantena di piante, un vivaio a prova di insetti e ripiantagioni nelle zone colpite.


La riforma dei sussidi. L’Europa verso il libero mercato?
L’agricoltura mantiene in salute l’Europa. L’Europa mantiene in salute l’agricoltura. Finora.
Con una decisione finale e concordata, le trattative sui sussidi a questo settore prendono una svolta diversa. Sempre stati al centro di controversie, gli aiuti economici che provengono dalla comunità europea potrebbero subire un arresto.
I settori che ne beneficiano sono molti, dalla produzione di riso, di fecola di patate, di lino e di cotone alle famose quote del latte, che permettono di mantenere i prezzi più alti del normale, e andando contro il libero commercio alimentare. Ciò significa che le economie dei paesi emergenti, basate in gran parte sull’agricoltura, non riescono a vendere in Europa i loro prodotti perché non concorrenziali, ovvero senza contributi artificiali. Anzi, grazie ai sussidi, molti coltivatori europei riescono a vendere a prezzi minori in questi paesi così lontani. Questa è una delle cause principali della povertà di molti paesi africani.
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Cosa cambierà. L’ultima riforma della politica agricola dell’UE ridurrà gradualmente i sussidi diretti agli agricoltori e reindirizzerà il denaro verso altri progetti di sviluppo rurale, dal 2013. Le quote del latte saranno gradualmente alzate, e infine nel 2015 saranno abolite completamente. Queste quote permettono in teoria una produzione di latte stabile e controllata, ma impediscono il libero commercio e la concorrenza, favorendo i grandi produttori rispetto a quelli minori. Inoltre le quantità che si producono eccedono quelle che si possono vendere, aumentando quindi gli sprechi.
Per attutire il colpo alla aziende casearie le quote latte saliranno dell’1% l’anno dal 2009, prima di essere eliminate nel 2015. L’Italia, che ha superato il limite delle sue quote latte, potrà aumentare pienamente le sue quote dal prossimo anno.
La messa a punto del CAP (Common Agricolture Politics) tra i ministri dell’agricoltura significa anche che l’aiuto diretto agli agricoltori non sarà più collegato ad un prodotto specifico, con poche eccezioni.
Più flessibilità sarà concessa al budget nazionale degli Stati membri per i pagamenti diretti riguardo le misure per l’ambiente, o per il miglioramento della qualità e il marketing dei prodotti. I soldi ora potranno essere usati per aiutare gli agricoltori in regioni svantaggiate o altri tipi di coltivazioni vulnerabili.
Il tutto a partire dal 2013. Per ora, a causa della crisi finanziaria che sta investendo anche questo settore, si è deciso di continuare a donare gli aiuti.
Le proteste non si fermano. Mentre queste decisioni venivano prese a Bruxelles, in alcuni paesi europei gli agricoltori hanno continuato a protestare per ottenere i sussidi statali. Dei soldi della comunità europea, una parte è reindirizzata verso altri settori, che vanno da un rimpinguamento del debito pubblico alla corruzione.
Ad Atene è in corso un vertice con il governo. Migliaia di agricoltori sono scesi nuovamente nelle strade con i loro trattori bloccando alcune principali strade in Grecia. A Creta, hanno invece bloccato l’aeroporto di Heraklion. I lavoratori chiedono prezzi minimi garantiti accettabili per i loro prodotti e miglioramenti fiscali e pensionistici, e denunciano le vuote promesse delle autorità. 
I Baltici. In Lettonia più di 200 agricoltori si sono incontrati in Valmiera, circa 80 km da Riga, questa mattina per una pacifica protesta. Vogliono ottenere l’attenzione del governo sulla crisi che investe il settore.
Vogliono rendere chiaro al primo ministro e al ministro delle politiche agricole che non possono riuscire ad onorare gli obblighi contrattuali per cause di “forza maggiore”.
Essi domandano quindi che parte del prestito internazionale alla Lettonia sia usato per stabilizzare il settore e offire aiuto finanziario agli agricoltori. Vogliono prestiti mensili fissi per il periodo di un anno, e il divieto del diritto delle banche di aumentare gli interessi sui prestiti concessi. Chiedono anche fondi per fondare un’azienda competitiva per la produzione di latte e la possibilità di prestiti per quegli agricoltori che vogliono intraprendere progetti di modernizzazione. Gli agricoltori, inoltre, raccomandano di fissare i prezzi di vendita al dettaglio del latte non più del doppio di quanto le aziende lo comprino dai produttori.
Se le proposte verranno rifiutate, minacciano di estendere questa piccola manifestazione a tutto il paese.Già nelle proteste del 13 Gennaio a Riga hanno partecipato circa 2000 agricoltori.
Ma la Lettonia non è il solo paese baltico in profonda crisi. In questi giorni si prevede una diminuzione del Prodotto interno lordo del 6%, mentre per l”Estonia è del 4.5% per la Lituania del 3%. Il declino continuerà anche nel 2010, afferma la Nordea Bank. La quale afferma che anche i Paesi scandinavi non se la vedano bene. Un meno 1.3% in Finlandia e 1.5% in Svezia.
L’export dei paesi baltici subirà una battuta d’arresto. E se gli agricoltori incroceranno le braccia, le perdite saranno ancora più consistenti. Le ripercussioni per gli altri paesi europei non si faranno attendere, facendo aumentare ancora i prezzi dei generi alimentari.
Questo è sicuramente uno dei periodi in cui l’aiuto dello stato dà migliori garanzie del libero mercato ai cittadini.Ma sicuramente non rappresenta un modello di crescita sostenibile, a livello mondiale.
Scarpe contro le Borse
Non ci sono più regole. Il mercato sta andando in frantumi pezzo per pezzo.
In Italia e in Europa, oltre che in Asia, miliardi volano via dalla tasche soprattutto dei più poveri. La reazione a catena si è innescata qualche mese fa, come quasi tutti sanno, e anche in Canada la situazione non è migliore.
Quello che è prevedibile, ma che quasi nessuno fa cenno, è il fatto che seppure le cause sono diverse, le conseguenze saranno simili alla crisi del 1929.
I politici qui sono troppo occupati a pensare alle elezioni, e giocano come bambini all’asilo ad accusarsi a vicenda. Idem negli USA (o peggio?). In ogni caso, nessuno ha soluzioni concrete alla crisi, per ora.
Cause diverse: banche che crollano, non si fa più credito, si cerca di procrastinare il debito. Conseguenze uguali: dove prendono i soldi per i piani di “salvataggio” degli USA e altre nazioni? Dalle tasse, ovviamente. Prolungamento di quelle esistenti – la famosa imposta sulle frecce di legno per bambini, con accluse quelle sulle piste da corsa e sul Rum importato da Porto Rico e Isole Vergini – e immissione di nuove.
Nuove tasse cosa significano per l’economia capitalista? Supponendo che le banche non diano più credito, le aziende perdono liquidità, e cominciano a licenziare. Le persone che già avranno meno soldi si vedono sobbarcate nuove spese, quindi smettono di comprare. Nel ‘29 c’era sovrapproduzione, ora c’è sottoliquidità.
No money, no party. Come ho letto molte aziende di lusso chiudono, non si vende neppure più vino costoso.
E poi inizia il circolo vizioso. Se non si compra, le fabbriche chiudono. E anche se sono molto più meccanizzate rispetto ad allora, la gente che sta a casa ce n’è, e tanta.
Qui in Canada hanno iniziato GM e altre grandi aziende. Notizia di ieri- dell’altroieri in Italia ormai – di grandi mobilitazioni dell’unione Canadian Auto Worker, per protestare contro la nullafacenza del governo in materia di licenziamenti. Per precisare, la manifestazione è consistita nel fare una montagna di scarpe da lavoro davanti all’ufficio-campagna del ministro delle Finanze. Un simbolo efficace.

I lavoratori dell'unione degli operai degli autoveicoli manda un messaggio di licenziamento (metronews.ca)
Un’ultima notizia riportata. Anche se questo Paese sembra tra i più sviluppati nel mondo Occidentale, qualche brutta news ovviamente c’è. E’ ovvio che esista anche qui la povertà, e non a bassi livelli. Tuttavia un rapporto condiviso da organizzazioni sparse pe tutto il Canada, dimostra che il livello di povertà dei bambini è lo stesso dal 1989. Praticamente, non si è fatto assolutamente nulla in tutto questo tempo. Nelle stazioni della metropolitana e in altri luoghi ci sono vari manifesti contro questa atrocità, ma giusto per donazioni volontarie. Il rapporto indica invece che è proprio il governo il principale responsabile. Non ho idea dei dati in Italia per ora, ma è indicato un numero spaventoso. 1,6 milioni di bambini in stato di povertà, con un tasso del 23% sul totale dei bambini canadesi.
Il rapporto indica pure che, giusto parlando della crisi, l’introito medio di un canadese, non-immigrant, è cresciuto del 5% dal 2000 al 2005, ma quello di un immigrato medio è sceso dell’1%. Tre anni fa, in ogni caso, la situazione nel mondo era ben diversa. Le frontiere si stanno richiudendo.
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