L’Europa in settimana. Una crisi finanziaria che non si può permettere
L’economia, secondo le ultime rilevazioni, continua a passare una fase delicata. Prima di tutto, l’eventuale insolvenza del governo greco a pagare il debito nazionale ha creato difficoltà in tutta Europa.
La Germania, per via indiretta, ha fatto sapere prima che avrebbe aiutato, in caso di necessità, la Grecia a ristabilirsi finanziariamente. Poi ha negato di aver fatto questa proposta, infine alcuni paesi, tra cui la Francia, si sono detti disponibili ad attuare un piano coordinato nel caso si renda necessario. Il governatore della Banca Centrale, Trichet, in un comunicato ha apprezzato il gesto, anche se il pericolo, in questi casi, è simile a quello che si è avuto per la crisi di Wall Street.
Negli Stati Uniti la logica della crisi è stata dovuta anche all’impunibilità delle grandi aziende, che non potevano essere lasciate fallire. In Europa probabilmente si dovrà attuare un salvataggio dell’economia greca, indebolita dalla speculazione finanziaria americana, come rivelato ieri dal New York Times. Ma secondo questo principio, se l’Unione Europea aiutasse un Paese, dovrebbe aiutare anche gli altri in difficoltà. La speculazione avrebbe campo libero per operare dunque in Spagna, Portogallo e anche qui in Italia, in previsione che i soldi non finiranno grazie ai consistenti aiuti che arriverebbe di sicuro.
La Grecia, tuttavia, non ha ancora chiesto un aiuto di questo genere, ma cerca di tenere a freno l’economia con i mezzi che possiede. La Spagna, intanto, cerca di correre ai ripari facendo tagli consistenti alla spesa pubblica.
La disoccupazione nei Paesi OCSE rimane stabile all’8.8% su base mensile, ma sempre in salita rispetto ad un anno fa. Questo tuttavia è un dato che può ingannare. Infatti i Paesi che soffrono maggiormente sono quelli dell’area Euro, che vedono da una parte, secondo gli ultimi dati Eurostat, il prodotto interno lordo salire, in media, dello 0.1% – non un dato significativo – mentre la produzione industriale, specialmente nell’ambito manifatturiero, cala dell’1.7%.
L’Italia rimane ancora sotto il segno più nel PIL annuale, con un -2.8% rispetto al quarto trimestre del 2008. La produzione industriale è diminuita, invece, del 5.6%, così come gli scambi commerciali con gli altri Paesi dell’Unione Europea.
Le persone, in tempi di difficoltà, non possono fare altro che aiutarsi a vicenda. Ecco dunque che, nell’Europa dei 27, aumenta la spedizione delle cosiddette rimesse, ovvero denaro che persone emigrate dal proprio Paese manda ai connazionali, di solito famigliari che ancora risiedono nel territorio d’origine. Nel 2004 ammontavano a 19 miliardi, nel 2007 a 31, mentre nel 2008 a quasi 32 miliardi. Questi dati includono anche i soldi che vengono spediti fuori dall’Unione Europea. E sono proprio questi ad aver avuto un’impennata, raddoppiando dagli 11 miliardi del 2004 ai 22 del 2008.
Due terzi di queste rimesse è partita dalla Spagna, Italia, Francia e Germania. I soldi circolano sempre meno ed escono sempre di più dalle nostre frontiere.
Gli studenti tedeschi contro le nuove riforme

Soldi per l’educazione, non per le banche. E’ uno degli slogan coi quali gli studenti tedeschi hanno invaso le strade di 80 città in tutto il Paese.
100.000 secondo la polizia, 200.000 per gli organizzatori i giovani che sono scesi in piazza per chiedere maggiore investimenti e riforme per scuola e università.
“Le classi dovrebbero essere più piccole e meglio attrezzate” dice una ragazza.
Ma i giovani tedeschi – queste le immagini da Berlino dove erano quasi 20.000 – chiedono anche di rivedere il sistema Diploma-Master-Dottorato creato in tutta Europa con gli accordi di Bologna del 1999.
“Vogliamo una scuola per tutti, non l’attuale sistema in tre fasi. Anche i meno abbienti devono poter accedere ad una vera educazione e a un posto all’università”.
Per le organizzazioni degli studenti il sistema omogeneo europeo, che tra l’altro riduce di un anno la durata della formazione universitaria, comprime la formazione, diminuisce la qualità, mette sotto pressione allievi e insegnanti.
Secondo il manifesto dei comitati studenteschi, il sistema è “ingessato” da barriere sociali, che favoriscono le elite. L’iniziativa, intitolata ‘Sciopero dell’istruzioné, contesta anche i piani di studio dei ginnasi e il trattato di Bologna, un piano di riforme avviato nel 1999 dai ministri dell’Istruzione di 45 paesi che si propone di realizzare entro il 2010 uno spazio europeo dell’istruzione superiore.
La protesta, che durerà tutta la settimana, vede impegnati, oltre agli universitari, anche migliaia di studenti dei licei del Paese. L’appuntamento è per venerdì prossimo a Berlino, dove si terrà un vertice dei ministri dell’Istruzione delle 16 regioni tedesche per per il 10/o anniversario del trattato di Bologna.
Olio d’oliva, opposizione e Gaza
Martedì, ho scritto al mio amico e qualche volta dotte Miriam Garfinkle, per dirle che sto finendo l’olio d’oliva dalla Palestina, che lei vende. E’ di solito dilingete, a volte fanatica, a riguardo. Le porta calma, dice, perché è cresciuta sempre più angosciata dall’occupazione israeliana, là, e sempre più immersa nelle azioni dissidenti Ebree . Non ho sentito altro da lei.
Poi, Mercoledì, ho visto alle notizie che era in un gruppo di donne Ebree che avevano occupato il consolato Israeliano a Toronto, in una protesta simbolica contro la rioccupazione, o “incursion”, dei militari Isreaeliti dentro Gaza. L’olio d’oliva, pure, è simbolico, dei molti alberi là sradicati, e di un modo di vivere in gran parte distrutto con essi.
Più tardi, ho parlato con un amico Ebreo che mi dice che, quando legge le news da Gaza, le fa male lo stomaco. Ho chiesto perché. E’ un misto, dice: l’orrore che è fatto da Israele alla gente di Gaza, e la paura che la sua reazione porti a pensare ad un suo supporto ad Hamas, spiegato a distruggere Israele e uccidere Ebrei. Ho cominciato a dirle che il passato di Hamas è più complesso di questo, ma non aveva importanza. Queste sono questioni in cui sei portato dentro le tue emozioni, e la tua ragione segue le piste che portano alle viscere.
Eppure, questo tipo di Ebrei dissidenti ora si sta allargando. Non è più solo questione di individui. C’è un gruppo Canadese chiamato le Voci Ebree Indipendenti, che incluso le Donne Ebree contro l’Occupazione; il famoso NION (Not In Our Name – Non Nel Nostro Nome), etc. Un gruppo c’è anche nel Regno Unito, e altri in Sud Africa, Svezia, Francia, Italia, Germania, Belgio e Stati Uniti, in cui ha anche una nuova lobby Ebrea in Washington, J Street, fondata per andare contro la potente lobby Israeliana di destra, AIPAC. Questo livello di attività è oltre le voci solitarie come quelle di Noam Chomsky o, in Israele, Yeshaya Leibowitz nel passato, e Amira Hass o Avrum Burg nel presente.
(tratto da Globe and Mail, by RICK SALUTIN )
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