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L’oppio afgano fa il giro del mondo sempre più velocemente

Secondo l’ONU, il commercio di eroina sta finanziando il traffico di droga, armi e il terrorismo internazionale per anni a venire. La causa? Negligenza dei paesi che operano nella zona

Le conseguenze della diffusione a livello mondiale dell’oppio afghano sono devastanti, ha dichiarato un rapporto delle Nazioni Unite.
Niente di nuovo, se non viene accompagnato da qualche dato. Il mercato dell’oppio vale 65 miliardi di dollari con una cifra – stimata secondo i consumi – di 15 milioni di dipendenti dalla droga. Uccide 100.000 persone all’anno. Dell’oppio di cui si sa ufficialmente l’esistenza in Afghanistan solo il 2% si sequestra ogni anno, a causa di corruzione, mancanza di controlli e di leggi. Anche la Colombia fa meglio, con il 36%. Le Nazioni Unite hanno dichiarato che stanno morendo più Russi ora a causa della droga che soldati sovietici durante l’invasione del paese.

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22 Ottobre 2009 Pubblicato da ecultic | Asia, Europa, USA, economie | , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Una compagnia britannica ammette vari casi di corruzione oltremare

Una compagnia ingegneristica britannica, Mabey & Johnson, ha ammesso che fu dentro degli affari di corruzione in territori d’oltremare, rompendo le sanzioni delle Nazioni Unite.
L’azienda ha ammesso di aver provato ad influenza ufficiali in Jamaica e Ghana nella stesura di contratti pubblici. Ha anche pagato più di 200.000 dollari al regime di Saddam Hussein, violando i termini del programma delle Nazioni Unite “oil for food” (petrolio per cibo).
La compagnia costruisce ponti temporanei, e si è detta dispiaciuta della sua condotta passata. Mabey & Johnson è stata dichiarata colpevole di dieci accuse di corruzione e violazione di sanzioni nella corte dei magistrati di Westminster. L’accusa era stata portata dall’Ufficio gravi frodi del Regno Unito. La persecuzione è la prima del suo tipo contro una compagnia britannica che opera oltremare.
I procuratori sono soddisfatti di come l’azienda abbia collaborato con le indagini. Infatti è stata essa stessa che ha portato all’attenzione dell’Ufficio frodi il caso, dopo un’attenta indagine interna. Il passo successivo è ripulire la compagnia dai cattivi elementi per garantire “un fresco inizio”. Cinque degli otto direttori si sono dimessi da quando le accuse sono venute alla luce. La compagnia potrebbe essere costretta a pagare una multa salata al momento del ritorno alla corte per la sentenza.

(fonte: BBC News)

16 Luglio 2009 Pubblicato da ecultic | economie | , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Perché Ahmadinejad è in Russia?

Ahmadinejad e Medvedev durante il meeting del BRIC

In Russia in questi giorni è in corso un summit annuale. Si chiama BRIC. E’ un acronimo che si riferisce alle economie che si stanno sviluppando più velocemente e con più potenziale, ovvero quelle di Brasile, Russia, India e Cina.

L’acronimo è stato siglato dalla Goldman Sachs, la compagnia finanziaria e bancaria di peso mondiale, nel 2001. Essa ha dichiarato che, per il fatto che stanno crescendo così rapidamente, per il 2050 le economie integrate del BRIC potranno eclissare le economie dei paesi ora più ricchi del mondo.

Questi paesi possiedono più del 25% delle terre emerse e il 40% della popolazione mondiale, e hanno un Prodotto interno lordo combianto di più di 15 trilioni di dollari. Su quasi tutte le scale, potrebbero essere la più grande entità sul globo.

La Goldmah Sachs predice che Cina e India, rispettivamente, saranno i fornitori dominanti, a livello globale, di beni industriali e di servizi, mentre Brasile e Russia potrebbero diventare i fornitori mondiale di materie prime. La cooperazione è stata ipotizzata come un passo logico nel BRIC, perché Brasile e Russia insieme possono fornire un prodotto ottimale per India e Cina.

E l’Iran cosa c’entra? Ahmadinejad ha lasciato  i tafferugli di Teheran per trovare uno dei suoi più cari amici, la Russia, da sempre sostenitrice delle sue politiche.

Il BRIC non è il solo meeting di questi giorni. A Ekaterinburg si svolge pure il summit dei paesi del “Gruppo di Shangai” (Russia, Cina, Kazakhstan, Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan), nato per cooperare su sicurezza ed energia e bilanciare il potere degli Stati Uniti in Asia Centrale.

Il Gruppo di Shangai, con Ahmadinejad

Il Gruppo di Shangai, con Ahmadinejad

L’Iran, invitato come osservatore, aspira ad entrarvi. Anche perché l’Iran rappresenta uno dei -pochi- paesi produttori di petrolio non allineati agli USA. E se non ti allei con loro, ti allei con gli altri. Specialmente in tempi di crisi politica, l’appoggio di altre potenze è essenziale.

Anche se la Russia parla delle elezioni iraniane come un “affare interno”  del paese. Ma di affare interno si tratterebbe anche della questione nucleare, di cui invece la Russia fornisce tecnologia e combustibile. Grazie alla Russia, ancora, l’Iran ha potuto evitare le sanzioni peggiori da parte delle Nazioni Unite, grazie al potere di veto suo e della Cina, altra stretta alleata energetica.

Ahmadinejad non fa parola delle manifestazioni in Teheran, sembra sicuro che tutto ritornerà presto alla normalità. Oppure fa finta di niente, quando invece sfida gli Stati Uniti e il mondo occidentale dichiarando che è ormai al tramonto. Questa è un’ipotesi anche plausibile, ma bisognerebbe vedere come se la caverà l’Iran quando il petrolio, fra qualche decennio, sarà agli sgoccioli, così come l’uranio sarà diventato troppo caro da utilizzare come combustibile.

Il BRIC e il gruppo di Shangai vogliono ora una nuova moneta e una nuova architettura economica mondiale. Forse un giorno impareranno che non è coi blocchi che si vincono le battaglie ma attraverso l’integrazione equilibrata. Il fatto che questo “blocco”, poi, sia stato messo in piede da una società finanziaria americana, fa capire la mancanza di coerenza di questi politici.

18 Giugno 2009 Pubblicato da ecultic | Americhe, Asia, economie, elezioni | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

I giochi “democratici” del Nepal

Prachanda

Prachanda

Gli eventi si succedono in fretta. Lunedì 4 Maggio il Primo Ministro nepalese Pushpa Kamal Daha, detto Prachanda, nome di battaglia che si porta ancora dietro dalla guerriglia  e che significa terribile, o feroce, ha ordinato al comandante dell’esercito di dimettersi.E’ accusato di violare gli accordi in quanto non vuole integrare i guerriglieri nell’esercito regolare. Egli si è giustificato dicendo di non poterlo fare, perché essi sono “politicamente indottrinati”.

Il Presidente nepalese Ram Baran Yadav ha negato l’assenso e ha detto al generale di rimanere al suo posto. Martedì Prachanda si è dimesso, non è chiaro se su pressione del Presidente stesso. Alla stampa l’ex Primo Ministro ha dichiarato che è stato per salvaguardare la democrazia.

Mercoledì il governo a maggioranza maoista cade. I guerriglieri, solo in parte integrati nell’esercito e sorvegliati in particolari campi dalle Nazioni Unite, minacciano di riprendere le armi se le trattative fallissero.

Il Nepal, prima formalmente una repubblica monarchica, dal 2006 è diventata una democrazia a pieno titolo, grazie alla guerriglia maoista che ha deposto le armi solo quando il re ha deciso di abbandonare il trono. I maoisti hanno accettato di condurre un regolare processo di pace, che in questi giorni si sta rivelando onesto solo a metà. Alle elezioni che sono seguite nel 2008, il Partito comunista maoista ha trionfato.

Quella che ora è l’opposizione si è trovata sbandata, senza organizzazione né presa sulla popolazione, laddove invece i maoisti erano, e sono tuttora ben strutturati, con numerose iniziative di sostegno alla popolazione povera, la maggioranza.

L’accordo era che, dopo le elezioni, le parti si fossero trovate insieme per scrivere una nuova costituzione, eliminando ogni cenno della monarchia. Tuttavia, colta di sorpresa e relegata in secondo piano nel governo, l’opposizione si è rifiutata di mantenere i patti. Da allora l’azione si è bloccata.

I maoisti infatti, anche se hanno il doppio di rappresentanti al parlamento rispetto al principale partito di opposizione -Partito del Congresso nepalese (Nc) - si tratta comunque di un esiguo 38%, mentre servirebbero i due terzi della camera per cambiare la costituzione.

Le proteste dei filo-maoisti

Le proteste dei filo-maoisti

Ora il Presidente è stato accusato da Prachanda di aver minato la debole e nuova democrazia nepalese, usando un potere di cui non avrebbe diritto. Yadav ha ribattuto dando cinque giorni alle forze di partito per formare un nuovo governo.

Anche grazie alla vicina India, che dapprima aveva fomentato il processo di pace non volendo problemi ai confini, e ora ostacola invece la stabilizzazione dei maoisti al potere.

Intanto si sviluppano le ovvie reazioni delle popolazione. Gruppi della società civile e a loro vicini hanno iniziato a protestare nelle strade di più località del paese: a Kathmandu la polizia ha fatto sgomberare un ‘sit in’ non autorizzato davanti al palazzo presidenziale Shitwal Niva arrestando una cinquantina di attivisti.

Martedì il partito di opposizione Nc ha offerto un’alleanza al Partito comunista unito marxista-leninista (Cpn-Uml), considerato moderato, per formare un governo di unità nazionale ed estromettere i comunisti maoisti.

Mercoledì 6 Maggio dopo un meeting in Kathmandu, i membri dell’Uml hanno accettato l’incarico di governo. I

maoisti hanno disertato gli incontri perché, dicono, non parteciperanno alle funzioni parlamentari finché non riceveranno delle scuse dal Presidente.

Le Nazioni Unite avrebbero dovuto incontrarsi settimana prossima per fare il punto della situazione sul processso di pace. C’è stato bisogno, invece, di una riunione di emergenza proprio Martedì. Se i componenti politici si impunteranno e daranno prova di non sapere come funziona una democrazia, la pace potrebbe interrompersi in un attimo, e in questo piccolo paese dove risiedono le montagne sacre dell’Himalaya scoppierebbe un altro, inutile spargimento di sangue.

6 Maggio 2009 Pubblicato da ecultic | Asia, diritti umani, elezioni | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Sulla via della scelta. Via la Mexico City Policy

Obama sbatte per la seconda volta il tappeto della vecchia amministrazione. E’ vecchio, e si è sollevato il primo polverone.

Ieri ha di fatto cancellato la cosiddetta “Mexico City Policy”. Una legge che viene introdotta e poi dismessa, a seconda dei presidenti Repubblicani o Democratici, dal 1984. Fu istituita da Reagan, e stette in vigore fino al 1993, anno di insediamento di Clinton. Poi fu reintrodotta da Bush figlio, fino a ieri. E già oggi alcune manifestazioni partono da San Francisco.

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La “Mexico City Policy”, nominata così per il posto dove fu annunciata, durante una conferenza internazionale sulle popolazioni delle Nazioni Unite, è una regola politica semplice. E’ anche detta “Mexico City Gag Rule”. Tutte le ONG (Organizzazioni Non Governative) statunitensi ricevono dei fondi federali. Per averli, tuttavia, devono sottostare a dei requisiti ben precisi. Quando questa legge è in vigore, uno dei requisiti è astenersi dall’eseguire o promuovere servizi di aborto in altri paesi, salvo in casi di strupro o incesto.

Come risultato, molte agenzie internazionali per l’aborto non hanno più ricevuto la loro porzione di fondi. Altre invece si sono adattate, per volontà o per sopravvivenza, e hanno continuato ad essere sotto l’ombrello protettivo statunitense.

Nel Settembre 2007, una senatrice della California propose un emendamento  per bypassare le condizioni per il finanziamento della Mexico City Policy. Passò con una maggioranza di 53 voti contro 41. Ma il presidente Bush promise di mettere il veto a qualsiasi legislazione che volesse eliminare questa politica.

In alcuni paesi, come il Sud Africa, è inoltre illegale non informare dei suoi diritti una donna che vuole abortire, o anche  mandarla ad una struttura apposita dove può essere assistita. Le ONG sul campo quindi non hanno scelta se non perdere i finanziamenti.

Il messaggio. Ora Obama si rivolge alla nazione. “E’ chiaro che il provvedimento della Mexico City Policy (…) negli ultimi otto anni ha minato gli sforzi per promuovere una pianificazione familiare volontaria sicura ed efficace nei paesi in via di sviluppo. “

“Per troppo tempo, l’assistenza familiare pianificata è stata usata come una questione politica aperta, la materia di un  dibattito senza conclusione che è servito solo a dividerci. Non ho desiderio di continuare questo dibattito vecchio e infruttuoso.”

Il neoeletto presidente continua dichiarando che inizierà a cercare un terreno comune per meglio incontrare i bisogni delle donne e delle famiglie negli USA e intorno al globo, per “ridurre le gravidanze non volute”, “promuovere una maternità sicura, ridurre la mortalità materna e infantile”.

Dichiara inoltre di voler lavorare con il Congresso per ripristinare il supporto finanziario degli Stati Uniti al fondo delle Nazioni Unite per le Popolazioni. Tra le altre ragioni, anche per “prevenire l’AIDS”.  Un netto cambiamento di politica.

Gli attivisti da entrambe le parti, in questo dibattito riguardo l’aborto, si sono ritrovate a San Francisco per far sentire le loro voci. Migliaia di manifestanti anti-aborto si sono incontrati per la quinta annuale “Camminata per la vita” (“Walk for Life”).

Un gruppo di donne per il diritto alla terminazione artificiale della gravidanza, pro-choice, si è unito nelle strade. Certo nessuna donna vuole l’aborto, ma chiedono solo che, nel caso, si abbia la possibilità di scegliere, come parte integrante della libertà personale.

25 Gennaio 2009 Pubblicato da ecultic | ONU, USA, comunicazione, diritti umani | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.