Obama e il compromesso Sudan, l’Italia e la vendita di armi
Il presidente al-Bashir è condannato dall’Aja, ma c’è bisogno di lui per la pace. Le industrie italiane intanto gli vendono armi.

al-Bashir, presidente del Sudan
IMPEGNO FORTE. Il presidente USA, ormai in carica da quasi un anno, in politica internazionale è sempre più esposto al compromesso. Ma si è sempre qualificato come tale. Un compromesso che a volte è stato definito vigliaccheria dai repubblicani. Lui la definisce diplomazia. Qualsiasi termine si usi, è una tecnica che permette sia di guadagnare tempo, sia di trovare nuove soluzioni. Chiaramente non è una politica che paga sempre.
Proprio ora è più attiva che mai, con l’Afghanistan (il nuovo ballottaggio), l’Iran (la ripresa dei negoziati sul nucleare) ma anche con il Sudan.
Il presidente di questo paese, al-Bashir, è sotto pressione da quando la corte dell’Aja ha emesso un mandato di cattura internazionale, con l’accusa di crimini contro l’umanità. In seguito Gheddafi, presidente di turno dell’Unione Africana, ha detto ai paesi membri di non rispettare questa decisione. La domanda quindi è: se il presidente del Sudan andasse in un altro paese, verrebbe arrestato?
Pace per giustizia nei territori Taliban
Bush se ne è andato e gli USA non capiscono più il Pakistan.
Obama non ha commentato, il Pentagono ha parlato di un evento negativo, ma c’è preoccupazione anche in Inghilterra e nella NATO riguardo agli ultimi sviluppi.
Il Pakistan ha stretto un accordo lunedì con i Taliban del nord. In cambio della pace, l’imposizione di una sharia, o legge islamica, su alcuni territori da loro controllati, che abbracciano metà del nord del paese.

Aree di applicazione del trattato di pace
Gli USA speravano che i Taliban fossero sconfitti militarmente, e invece hanno ottenuto una vittoria. E ora si cerca di capire quale sia la strategia del Pakistan.
Mercoledì mattina è partita una marcia pacifica, in quei territori, guidata dagli ecclesiastici musulmani per festeggiare l’accordo. La popolazione sta festeggiando per la fine della guerra, cantando “Dio è grande! Vogliamo pace!”
La guerra ha ucciso centinaia di persone nella valle di Swat tra civili, miliziani e forze governative, mentre più di un milione e mezzo di persone sono scappate. Alcuni esperti affermano tuttavia che la pace servirà a rafforzare i miliziani. La pace non è assicurata, ma una nota dell’Alta commissione inglese in Islamabad, capitale del Pakistan, dice che “abbiamo bisogno di confidare che finiranno le violenze”.
Ufficiali dal Pakistan insistono che il patto non è una concessione, ma è stato firmato per l’urgenza degli abitanti in Swat e delle aree adiacenti per un sistema giudiziario più efficiente.
All’interno del paese, i critici dell’accordo dicono che la costituzione non permette sistemi paralleli, e che quindi non potrà funzionare. Tuttavia, molte delle regole concesse ai Taliban erano già in vigore precedentemente, anche se non in via ufficiale. Per ora, inoltre, la sharia sarà più leggera che altrove: non è previsto un divieto per le ragazze di frequentare la scuola, come vorrebbero le correnti estremiste dei Taliban.
Un governatore della provincia afferma anzi che non entrerà in vigore un sistema Taliban, ma un sistema centrato sulla giustizia. Come ovunque, tuttavia, non è solo la legge scritta a regolare la vita, ma anche una serie di regole sociali e di costume. Ma la popolazione sembra più che felice di vivere in qualsiasi altro sistema, piuttosto che perennemente in guerra.
Un accordo simile nello Swat era stato firmato nel 2008, ma collassò dopo pochi mesi e fu criticato per aver concesso ai militanti, circa 2000, di riorganizzarsi.

Davos. Erdogan, difensore dei palestinesi, lascia il Forum
E’ partito. Il World Economic Forum (WEF) ha preso il via. I Leader mondiali si incontrano come ogni anno per discutere dei problemi intorno al globo e stringere accordi. Tranne Erdogan.
Il primo ministro della Turchia è tornato in patria venerdì. Non gli è piaciuto l’andamento della discussione con il primo ministro Israeliano Peres. Già fortemente critico della politica aggressiva contro non tanto Hamas, quanto la popolazione della Striscia di Gaza, Erdogan ha avuto una reazione che, dai turchi, è considerata un po’ eccessivo ma sicuramente valida.
In patria è stato accolto come un eroe. Una grande folla con bandiere turche e palestinesi gli ha dato il benvenuto all’aeroporto, con striscioni che dicevano: “Che il mondo veda un vero primo ministro”.
Appena pochi giorni dopo l’arrivo in Turchia di George Mitchell, l’inviato speciale di Obama per il Medio Oriente, ecco l’incidente diplomatico. In realtà un portavoce dell’ambasciata americana ad Ankara ha detto che l’incontro è stato posticipato per problemi di programmazione.
A Davos, Erdogan si è apparentemente infuriato dopo che il moderatore ha tagliato la sua risposta a Peres a riguardo delle recenti operazioni militari di Israele. L’incontro, che doveva durare solo un’ora, stava per finire e l’ultima parola sembra sia stata data allo stesso Peres, che ha difeso l’intera operazione. Erdogan, tuttavia, ha insistito nel rispondere e, rosso in faccia e tenendo con una mano il braccio del moderatore, ha detto: “Mr. Peres, lei è più anziano di me. La sua voce viene fuori con un tono molto alto. E l’alto tono della sua voce ha a che fare con una coscienza colpevole. La mia voce, invece, non verrà fuori con lo stesso tono.”
Nonostante gli sforzi di far finire l’incontro, Erdogan ha continuato dicendo a Peres: “Quando viene momento di uccidere, lei sa bene come uccidere”. Dopodiché, il primo ministro turco ha raccolto le sue carte ed è uscito dalla sala per far ritorno nel suo paese, dicendo che “Davos, per me, è finito”.
Peres ha commentato, non è ancora chiaro se durante il monologo o dopo gli avvenimenti, dicendo che la Turchia avrebbe reagito allo stesso modo se ogni giorno fossero caduti razzi su Istanbul. Dal canto suo, Erdogan si è detto rammaricato che il moderatore non abbia saputo mantenere un’ordine di conversazione imparziale. Testimoni hanno detto che Peres è stato lasciato parlare per 25 minuti, nell’ultima parte, perché era l’unico a difendere la positività della guerra appena trascorsa. Il premier turco, invece, ha avuto 12 minuti nella parte iniziale per parlare delle sofferenze dei palestinesi.
Un’agenzia stampa semiufficiale ha dichiarato che Peres ha chiamato Erdogan per scusarsi di ogni incomprensione, ma poi è stata smentita.
Erdogan ha dichiarato che è il responsabile della protezione dell’onore della Repubblica Turca, e che fa “qualsiasi cosa sia necessaria, come ho fatto, e come continuerò a fare. Questo è il mio carattere. Questa è la mia identità.”
Il sito ufficiale del WEF non riporta la notizia, dando invece un comunicato tecnico dell’incontro, con le differenti posizioni di ognuno.
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Sulla via della scelta. Via la Mexico City Policy
Obama sbatte per la seconda volta il tappeto della vecchia amministrazione. E’ vecchio, e si è sollevato il primo polverone.
Ieri ha di fatto cancellato la cosiddetta “Mexico City Policy”. Una legge che viene introdotta e poi dismessa, a seconda dei presidenti Repubblicani o Democratici, dal 1984. Fu istituita da Reagan, e stette in vigore fino al 1993, anno di insediamento di Clinton. Poi fu reintrodotta da Bush figlio, fino a ieri. E già oggi alcune manifestazioni partono da San Francisco.
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La “Mexico City Policy”, nominata così per il posto dove fu annunciata, durante una conferenza internazionale sulle popolazioni delle Nazioni Unite, è una regola politica semplice. E’ anche detta “Mexico City Gag Rule”. Tutte le ONG (Organizzazioni Non Governative) statunitensi ricevono dei fondi federali. Per averli, tuttavia, devono sottostare a dei requisiti ben precisi. Quando questa legge è in vigore, uno dei requisiti è astenersi dall’eseguire o promuovere servizi di aborto in altri paesi, salvo in casi di strupro o incesto.
Come risultato, molte agenzie internazionali per l’aborto non hanno più ricevuto la loro porzione di fondi. Altre invece si sono adattate, per volontà o per sopravvivenza, e hanno continuato ad essere sotto l’ombrello protettivo statunitense.
Nel Settembre 2007, una senatrice della California propose un emendamento per bypassare le condizioni per il finanziamento della Mexico City Policy. Passò con una maggioranza di 53 voti contro 41. Ma il presidente Bush promise di mettere il veto a qualsiasi legislazione che volesse eliminare questa politica.
In alcuni paesi, come il Sud Africa, è inoltre illegale non informare dei suoi diritti una donna che vuole abortire, o anche mandarla ad una struttura apposita dove può essere assistita. Le ONG sul campo quindi non hanno scelta se non perdere i finanziamenti.
Il messaggio. Ora Obama si rivolge alla nazione. “E’ chiaro che il provvedimento della Mexico City Policy (…) negli ultimi otto anni ha minato gli sforzi per promuovere una pianificazione familiare volontaria sicura ed efficace nei paesi in via di sviluppo. “
“Per troppo tempo, l’assistenza familiare pianificata è stata usata come una questione politica aperta, la materia di un dibattito senza conclusione che è servito solo a dividerci. Non ho desiderio di continuare questo dibattito vecchio e infruttuoso.”
Il neoeletto presidente continua dichiarando che inizierà a cercare un terreno comune per meglio incontrare i bisogni delle donne e delle famiglie negli USA e intorno al globo, per “ridurre le gravidanze non volute”, “promuovere una maternità sicura, ridurre la mortalità materna e infantile”.
Dichiara inoltre di voler lavorare con il Congresso per ripristinare il supporto finanziario degli Stati Uniti al fondo delle Nazioni Unite per le Popolazioni. Tra le altre ragioni, anche per “prevenire l’AIDS”. Un netto cambiamento di politica.
Gli attivisti da entrambe le parti, in questo dibattito riguardo l’aborto, si sono ritrovate a San Francisco per far sentire le loro voci. Migliaia di manifestanti anti-aborto si sono incontrati per la quinta annuale “Camminata per la vita” (“Walk for Life”).
Un gruppo di donne per il diritto alla terminazione artificiale della gravidanza, pro-choice, si è unito nelle strade. Certo nessuna donna vuole l’aborto, ma chiedono solo che, nel caso, si abbia la possibilità di scegliere, come parte integrante della libertà personale.
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L’industria pesante ha bisogno di aiuto ora, e dal governo. Dal momento che le costruzioni e la manifattura sono scivolate giù, così ha fatto la produzione di acciaio, cadendo del 50% da Settembre. A fine Dicembre, la produzione era di 1.02 milioni di tonnellate a settimana, dalle 2.1 milioni di tonnellate il 30 Agosto, ha riportato l’Istituto Americano del Ferro e dell’Acciaio. Anche il prezzo per tonnellata dell’acciaio è crollato dela metà dalla scorsa estate.