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Vendite di armi alle stelle (e striscie). L’Italia subito dietro

Il commercio mondiale di armi (armsflow.org)

Anche se l’economia americana è in affanno, la vendita di armi e tecnologia bellica all’estero non si ferma. Gli Stati Uniti rimangono in prima posizione con un valore di quasi 11 miliardi di dollari di vendite, sicuramente una buona voce nell’import della federazione.

Chi ha comprato di più dagli Stati Uniti è Israele, per un valore di 1,3 miliardi di dollari. Queste armi, convenzionali o meno, sono quelle di cui l’ONU ha dichiarato l’illegittimità d’uso nell’ultima guerra, l’operazione Piombo fuso. Secondo l’agenzia con sede a New York, sono stati commessi vari crimini di guerra, come colpire deliberatamente con missili  abitazioni o altre strutture civili, come la stessa sede delle Nazioni Uniti a Gaza. Oltre ad utilizzare bombe al fosforo bianco in zone densamente abitate.

Seguono ad Israele, come acquirenti, Arabia Saudita con più di 800 milioni di dollari – per difendersi da chi? Quanto è grande l’esercito saudita? – Corea del Sud con circa 800 milioni, Egitto con 788 milioni e Polonia con 733 milioni. Di quest’ultima è lecito domandarsi se abbia ancora paura dei vicini russi, sempre più interferenti. Considerando che è uno dei paesi volontari per installare il cosiddetto Scudo antimissile statunitense.

Pakistan e Iraq hanno pagato all’alleato d’oltreoceano 271 e 442 milioni di dollari in armamenti.

Seconda nella classifica si posizionerebbe la Russia. Secondo i dati dell’agenzia ‘Rosoboronexport’, le vendite si sono attestate intorno ai sette miliardi di dollari. Secondo altre fonti, però, seconda sarebbe l’Italia.

Già, la nostra economia procede ancora grazie alla mafia e alle armi. Sempre che non si tratti della stessa cosa. L’export italiano è stato per il 2008 di 3,5 miliardi di dollari. Se consideriamo questa cifra come un terzo di quella USA, e la piccolezza della nostra economia in confronto alla superpotenza, il fatto è incredibile.

Le vendite russe oscillano tra i 3,3 e i 7 miliardi per via del commercio illegale. Non tutte le armi sono infatti vendute per vie legali, visti anche gli intrecci geopolitici e le influenze russe più o meno nascoste nei governi di molti paesi.

Una novità consistente è che sono i Paesi in via di sviluppo ad aver aumentato in modo considerevole queste importazioni. Oltre il 70% del mercato americano, per un valore di 29,6 miliardi di dollari.

Ma anche dalla Russia. Tra i paesi che da sempre importano armi dalla russa Rosoboronexport, vi sono Algeria, Angola, Burkina Faso, Botswana, Etiopia, Libia, Marocco, Mozambico, Namibia, Sud Africa e Uganda.

Come un ritorno alla guerra fredda, dove le superpotenze armavano i vari stati gli uni contro gli altri. Contro chi si sta armando il Terzo mondo?

Il commercio mondiale di armi (armsflow.org)

18 Settembre 2009 Pubblicato da ecultic | Africa, Americhe, Italia, Medio Oriente, economie | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

La Sharia che non c’è più nello Swat e i profughi invisibili delle città

Una delle zone di conflitto

Una delle zone di conflitto

Dopo che gli accordi nella regione dello Swat tra il Pakistan e i Taliban sono saltati è iniziata la guerra. I primi giorni sono stati descritti i bombardamenti, l’esercito che avanza, quelli che resistono e quelli che fuggono.

A seguire si sono viste scene di profughi, migliaia e migliaia, fuggire dalle zone di combattimento. La valle di Swat, in cui era stato raggiunto il patto apposta per avere la pace, è uno dei teatri di guerra. Il Kohistan, che pure non possiede le fertili valli dell’altra regione, teme che il conflitto si propaghi fino a lì.

Intanto milioni di profughi si sono riversati, invisibili, nelle città. Il governo pakistano non se ne cura, e ricevono un’assistenza minima solo da agenzie umanitarie e dall’ONU. Ma la chiave per far sì che i talebani non abbiano più presa sulla popolazione, è appunto prendersi cura di questa gente. Altrimenti non avranno giustificazione per difendere uno stato che non se ne è importato.

In Kohistan i capi tribali sono troppo preoccupati della sicurezza per pensare ad altro. Non vogliono né l’esercito né i talebani nella loro regione. Vogliono solo la pace. Perché dove viene uno, verranno anche gli altri, e viceversa, dice uno degli anziani.

C’è un sentimento diffuso che in realtà i talebani siano una qualche specie di creazione dell’esercito, utilizzati per degli scopi tutt’ora sconosciuti. Una sensazione diffusa.

Il Kohistan

Il Kohistan

Ma lo scenario peggiore è che i talebani entrino nel Kohistan dopo essere stati cacciati dallo Swat. I capi tribali hanno proposto di pattugliare e respingere coloro che entrerebbero, ma l’equipaggiamento delle forze locali è scarso rispetto all’addestramento talebano. Se succedesse, la guerra si complicherebbe. L’influenza talebana nello Swat, infatti, è concentrata nella valle e le strade sono in buono stato. Il Kohistan è composto da 7400 km quadrati di ripide montagne, e le pianure sono quasi assenti.

Inoltre, non ci sono grandi strade, e l’esercito non potrebbe portare l’equipaggiamento pesante. C’è solo una strada princiapale che connette il Pakistan con la Cina. I capi sono preoccupati per la sicurezza di quella strada, e specialmente di un contratto di costruzione con i cinesi. Dovrebbero mettere in piedi un progetto idro-elettrico sul fiume Indo, nell’area Dubair del Kohistan. Se i talebani prendessero la zona, la renderebbero insicura per molto tempo e i progetti salterebbero. Anche perché uno dei bersagli preferiti dei talebani sono proprio i cinesi. I talebani, infatti, simpatizzano con i militanti musulmani Uiguri che nella Cina dell’ovest portano avanti una battaglia separatista nella regione dello Xinjiang.

E la Sharia, diventata legge nello Swat? Un avvocato locale dice che ormai non ha più priorità. La gente non è più interessante in qualsivoglia legge che viene dal governo.

Campi profughi a Peshawar (Repubblica.it)

Campi profughi a Peshawar (Repubblica.it)

Intanto, il Pakistan sta sperimento la peggiore crisi di rifugiati dal 1947, anno di spartizione dall’India. Tre milioni sono fuggiti, e le agenzie umanitarie dicono che ora sono in case e scuole, da parenti, amici o estranei. La maggior parte in campi di tende. I rifugiati dicono che hanno lasciato le case perché pensavano che il governo fosse serio riguardo al fermare le milizie,questa volta. Ma più il tempo passa, più la buona volontà si perde, e più si sento frustrati.

Ora bombe scoppiano lungo tutto il Pakistan facendo tanti morti, mentre l’esercito non sembra far progressi consistenti.  E nei campi, i giovani senza prospettiva cominciano ad essere attratti dalle milizie.  Molti già ora si suono arruolati.

Questi ragazzi dicono che i talebani “ti fanno sentire un uomo, come se stessi difendendo qualcosa”.

fonti: NYTimes, BBCNews

22 Giugno 2009 Pubblicato da ecultic | Asia, Islam, diritti umani | , , , , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

I giochi “democratici” del Nepal

Prachanda

Prachanda

Gli eventi si succedono in fretta. Lunedì 4 Maggio il Primo Ministro nepalese Pushpa Kamal Daha, detto Prachanda, nome di battaglia che si porta ancora dietro dalla guerriglia  e che significa terribile, o feroce, ha ordinato al comandante dell’esercito di dimettersi.E’ accusato di violare gli accordi in quanto non vuole integrare i guerriglieri nell’esercito regolare. Egli si è giustificato dicendo di non poterlo fare, perché essi sono “politicamente indottrinati”.

Il Presidente nepalese Ram Baran Yadav ha negato l’assenso e ha detto al generale di rimanere al suo posto. Martedì Prachanda si è dimesso, non è chiaro se su pressione del Presidente stesso. Alla stampa l’ex Primo Ministro ha dichiarato che è stato per salvaguardare la democrazia.

Mercoledì il governo a maggioranza maoista cade. I guerriglieri, solo in parte integrati nell’esercito e sorvegliati in particolari campi dalle Nazioni Unite, minacciano di riprendere le armi se le trattative fallissero.

Il Nepal, prima formalmente una repubblica monarchica, dal 2006 è diventata una democrazia a pieno titolo, grazie alla guerriglia maoista che ha deposto le armi solo quando il re ha deciso di abbandonare il trono. I maoisti hanno accettato di condurre un regolare processo di pace, che in questi giorni si sta rivelando onesto solo a metà. Alle elezioni che sono seguite nel 2008, il Partito comunista maoista ha trionfato.

Quella che ora è l’opposizione si è trovata sbandata, senza organizzazione né presa sulla popolazione, laddove invece i maoisti erano, e sono tuttora ben strutturati, con numerose iniziative di sostegno alla popolazione povera, la maggioranza.

L’accordo era che, dopo le elezioni, le parti si fossero trovate insieme per scrivere una nuova costituzione, eliminando ogni cenno della monarchia. Tuttavia, colta di sorpresa e relegata in secondo piano nel governo, l’opposizione si è rifiutata di mantenere i patti. Da allora l’azione si è bloccata.

I maoisti infatti, anche se hanno il doppio di rappresentanti al parlamento rispetto al principale partito di opposizione -Partito del Congresso nepalese (Nc) - si tratta comunque di un esiguo 38%, mentre servirebbero i due terzi della camera per cambiare la costituzione.

Le proteste dei filo-maoisti

Le proteste dei filo-maoisti

Ora il Presidente è stato accusato da Prachanda di aver minato la debole e nuova democrazia nepalese, usando un potere di cui non avrebbe diritto. Yadav ha ribattuto dando cinque giorni alle forze di partito per formare un nuovo governo.

Anche grazie alla vicina India, che dapprima aveva fomentato il processo di pace non volendo problemi ai confini, e ora ostacola invece la stabilizzazione dei maoisti al potere.

Intanto si sviluppano le ovvie reazioni delle popolazione. Gruppi della società civile e a loro vicini hanno iniziato a protestare nelle strade di più località del paese: a Kathmandu la polizia ha fatto sgomberare un ‘sit in’ non autorizzato davanti al palazzo presidenziale Shitwal Niva arrestando una cinquantina di attivisti.

Martedì il partito di opposizione Nc ha offerto un’alleanza al Partito comunista unito marxista-leninista (Cpn-Uml), considerato moderato, per formare un governo di unità nazionale ed estromettere i comunisti maoisti.

Mercoledì 6 Maggio dopo un meeting in Kathmandu, i membri dell’Uml hanno accettato l’incarico di governo. I

maoisti hanno disertato gli incontri perché, dicono, non parteciperanno alle funzioni parlamentari finché non riceveranno delle scuse dal Presidente.

Le Nazioni Unite avrebbero dovuto incontrarsi settimana prossima per fare il punto della situazione sul processso di pace. C’è stato bisogno, invece, di una riunione di emergenza proprio Martedì. Se i componenti politici si impunteranno e daranno prova di non sapere come funziona una democrazia, la pace potrebbe interrompersi in un attimo, e in questo piccolo paese dove risiedono le montagne sacre dell’Himalaya scoppierebbe un altro, inutile spargimento di sangue.

6 Maggio 2009 Pubblicato da ecultic | Asia, diritti umani, elezioni | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Noam Chomsky. Estratto da…

(…)

Bene, questo era vent’anni fa. Circa il periodo in cui l’amministrazione Reagan venne al potere. Essa annunciò ad alta voce e chiaramente che la politica estera degli Stati Uniti avrebbe avuto come fuoco una “Guerra al terrore”. E si concentrarono particolarmente su ciò che era chiamato, con le parole del segretario di stato George Shultz, “il flagello malefico del terrorismo”, una piaga diffusa dai “depravati oppositori alla stessa civiltà”, verso “un ritorno alle barbarie nell’era moderna”.

Shultz, che era considerato un moderato dentro l’amministrazione Reagan, continuò dicendo che il terrorismo andava combattuto con la forza e la violenza, non con utopiche vie come la mediazione  o la negoziazione e così via, che erano solo un segno di debolezza. L’amministrazione Reagan dichiarò che la lotta era focalizzata in due aree dove questo crimine era più acuto, ovvero l’America centrale e il Medio Oriente. (…)

Dunque, cosa accadde in America centrale e in Medio Oriente combattendo la “Guerra al terrore”? L’America centrale fu trasformata in un cimitero. Centinaia di migliaia di persone vennero massacrate – duecentomila, approssimatamente – oltre a un milione di profughi, orfani, torture di massa, ogni forma immaginabile di barbarie.

Un Paese, il Nicaragua, gli USA dovettero essenzialmente attaccarlo, perché non aveva un esercito per provocare il terrore come è accaduto in altri paesi. L’attacco USA al Nicaragua è stato piuttosto grave. Ha portato a decine di migliaia di persone uccise, e il paese virtualmente distrutto. Ora è il secondo paese più povero di quell’emisfero, e potrebbe non riprendersi mai.

Poiché, in questo caso, gli Stati Uniti stavano attaccando un paese, e non solo la popolazione del paese (come in El Salvador, Guatemala e Honduras), esso fu in grado di seguire le vie di ricorso disponibili agli stati. Rispose nel modo in cui uno stato che si attiene alla legge si suppone che risponda nel caso di grave terrorismo internazionale: si rivolse alle istituzioni mondiali. Per prima cosa il Nicaragua andò alla Corte Internazionale di Giustizia, che condannò gli Stati Uniti di terrorismo internazionale, per “uso indiscriminato e arbitrario della forza”, e per violazione dei trattati. Ordinò al governo degli Stati Uniti di terminare i crimini e di pagare enormi risarcimenti.

Gli USA risposero intensificando istantaneamente  la guerra e, per la prima volta, dando ordini ufficiali di attaccare quelli che sono chiamati “soft targets” – cliniche, cooperative agricole e così via. Ciò andò avanti finché la popolazione americana votò per un altro candidato alla presidenza USA e il terrore cessò, nel 1990.

Dopo che gli Stati Uniti rifiutarono il giudizio della Corte internazionale, il Nicaragua andò al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Gli Stati Uniti sarebbero stati condannati dal Consiglio ma, ovviamente, misero il veto alla risoluzione.

Così, il leader attuale della “Guerra al terrore” è l’unico stato al mondo che è stato condannato dalla Corte Internazionale per terrorismo internazionale e che ha messo il veto  a una risoluzione che chiamava tutti gli stati a osservare la legge, un fatto che probabilmente è rilevante nella situazione attuale.

Bisognerebbe duramente cercare per trovare nella stampa un qualsiasi riferimento a ciò di cui sto parlando, che ha a che fare con la prima fase della “Guerra al terrore”, e che è ovviamente non irrilevante.

Noam Chomsky, Power and terror, Seven stories Press, New York, 2003

4 Gennaio 2009 Pubblicato da ecultic | Americhe, Medio Oriente, USA, comunicazione, diritti umani, economie, elezioni | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Com’è strana l’ONU

L’otto Aprile a Roma, con varie migliaia di persone, è stata tenuta una simulazione dell’Assemblea generale dell’ONU. In Assemblea Plenaria gli studenti, provenienti da nove paesi europei (Germania, Austria, Cipro, Russia, Danimarca, Svezia, Italia, Ungheria, Polonia) hanno discusso di varie risoluzioni. Quella più accesa è stata quella di chiusura dell’embargo di Cuba in cambio del commissiariato delle Nazioni Unite, confrontando le due posizioni e votando. Nessuna unanimità, ma la risoluzione è passata. Dispiaciuti i cubani, che si sono lamentati di essere o sotto l’embargo USA, oppure colonia americana.

L’età è variegata ma bassa, dai 16 ai 20 anni. E’ un progetto preparato dalle scuole, con tutta la procedura, metodi e lingua inglese necessari.

Il progetto è chiamato RIMUN, è nato nel 2006 in Italia ed è già diffuso in molte città internazionali da molto tempo. E’ una simulazione per capire come funziona questo organismo, debole ma non inutile; delle difficoltà di far combaciare i vari punti di vista.

L’ONU ha all’attivo ora decine di missioni in tutto il mondo, senza contare il fondo alimentare (FAO) che manda aiuti in almeno 20 paesi. Tuttavia, le decisioni che riguardano i problemi mondiali sono bloccate dal diritto di veto, quasi sempre per motivi d’interesse economico piuttosto che di valore della carta delle Nazioni Unite. Il gioco della simulazione non è soltanto un gioco, ma serve a comprendere il valore potenziale ed effettivo di questa istituzione. Anche per capire che modificando le proprie scelte, a lungo andare, può modificare il proprio Paese. E l’equilibrio internazionale può virare anche se un poco di più verso la positività.

Volete fare un quiz? Il sito delle Nazioni Unite ne propone uno: clicca qui!

10 Aprile 2008 Pubblicato da ecultic | ONU, diritti umani | , , , , , , , | Ancora nessun commento.