Aggiornamento: il caso Turchia
Sulla scìa dell’articolo sul presunto complotto in Turchia, ecco l’ultimissima.
Con uno sguardo rivolto all’Europa il presidente turco Gul approva la controversa legge che prevede la riduzione dei poteri ai tribunali militari. L’opposizione e l’establishment militare annunciano il ricorso alla Corte Costituzionale mentre Gul sottolinea l’importanza di questa legge per adeguare la Turchia agli standard di Bruxelles.
Il tema è scottante. Il provvedimento ribattezzato dalla stampa “la legge di mezzanotte”, aprirà la strada al processo nei tribunali civili degli autori del presunto progetto eversivo emerso il mese scorso e preparato secondo le accuse, con lo scopo di screditare l’esecutivo filo-islamico di Erdogan.
La legge arriva in un momento in cui i rapporti fra il governo filoislamico e le forze armate sono più delicati che mai. Da una parte ci sono le accuse di incostituzionalità dei militari, dall’altra l’esecutivo che sottolinea l’importanza di questa legge per adeguare il Paese alle norme europee.
(euronews)
Chi complotta contro la Turchia?

Le armi trovate durante un'investigazione per questo presunto complotto a Gennaio
Il 12 Giugno il quotidiano turco Taraf, liberale e spesso critico verso i militari, ha pubblicato un documento sulle sue pagine. Era scritto che proveniva dall’ufficio di un generale, firmato da un alto ufficiale della marina.
Il documento allegato, intitolato “Piano di azione per combatttere il fondamentalismo” descrive piani per screditare l’AKP, il partito del primo ministro Erdogan, ora al governo, attraverso una campagna mediatica, fomentare divisioni all’interno del partito stesso e l’opposizione nazionalista contro il governo, e nascondere armi – da poi far trovare -in abitazioni utilizzate dal predicatore musulmano Fethullah Gulen, per suggerire che il movimento religioso sia inserito in attività militanti.
Avevamo già parlato dei pericoli di questo complotto, chiamato Ergenekon, per la democrazia in Turchia. Questo documento dà da una parte nuove fondamenta all’ipotesi di qualche macchinazione per rovesciarla, dall’altra getta ancora più confusione su chi lo voglia veramente fare.

La stampa turca all'uscita dello scandalo di complotto
La pubblicazione sembra la dichiarazione per un lento colpo di stato. Si parte dal presupposto di screditare il presente governo dell’AKP, eletto nel 2002 e poi riconfermato nel 2007, cercando di creare divisioni all’interno dello stesso. Lo scopo del ritrovamento del documento potrebbe essere prorpio questo. Ma ora ci stanno indagando sia il governo che gli stessi militari.
Il capo dell’esercito si è incontrato con Erdogan per discutere della questione. Prima però ha rilasciato una dichiarazione affermando di negare ogni appartenenza a questo progetto o documento e, se verificato come originale da parte di questi militari, si dissocia comunque in ogni forma.
Per quanto nella storia turca abbiano rovesciato governi per difendere lo stato laico, ora l’esercito sa che deve tenere conto del parere della popolazione. La quale appoggia i militari come difensori della patria, ma come si è visto nel 2007, non gradisce più interferenze nella politica del paese. Quando l’esercito in quell’occasione aveva minacciato di intervenire, nel caso fosse salito al potere un partito islamico, ha fatto infuriare la massa che si è schierata unita contro un intervento.
Il complotto generale si inserisce nel contesto delle riforme dell’AKP. Se dal 2002 al 2007 il partito si è presentato come riformista, seguendo un cammino verso l’entrata nell’Unione Europea, nelle elezioni successive qualcosa è cambiato. Il partito è diventato più conservatore e più populista, cercando in modo molto gentile di introdurre degli ordinamenti “islamici”. Ricordo quello molto dibattuto della possibilità di portare il velo nelle università turche, prima vietato, oppure leggi contro gli alcolici. Nelle amministrative che si sono tenute un anno dopo, l’AKP ha perduto il 9% dei consensi. Le promesse sono state tante, ma poche quelle mantenute.
Ottobre 2008. Manifestazione davanti alla prigione dove sono agli arresti di alcuni complottanti. Lo slogan dice: Il complotto sarà sventato, l'America perderà, la Turchia vincerà
Probabilmente dietro questo documento ci sono alcuni nazionalisti, militari o civili non si sa ancora. Per i militari sarebbe stato stupido far trapelare, e ancor prima comporre, in via ufficiale uno scritto così scottante. Se avessero voluto fare un colpo di stato, l’avrebbero fatto subito. Ma la popolazione è contraria.
Inoltre, non solo il governo ma altri settori della società sono screditati, come alcuni artisti, giornalisti, medici. Quello che la popolazione, soprattutto i giovani turchi temono, è un’infiltrazione molto graduale ma continua di elementi di una setta religiosa nel governo. Sembra infatti comprovata, nel corso del tempo,una pressione molto morbida per introdurre elementi di una moralità sociale conservatrice. Forse nell’AKP ci sono già due correnti, una che prova a far passare questi provvedimenti, e una più riformista, messa un po’ in disparte.
La paura è che questi elementi trasformino gradualmente la Turchia da un paese secolare ad uno islamico, per quanto i princìpi del primo siano sanciti nella costituzione.
Niente gas dall’Asia. Le ex-repubbliche sovietiche sono contro

Il presidenze turco Abdullah Gül sta firmando, mentre sullo sfondo il presidente georgiano attende il suo turno
Un nuovo fallimento per l’Unione Europea come candidata superpotenza. Il distacco dalla Russia per l’approvigionamento di gas ed energia è per ora rimandato.
In questi giorni si è svolto il summit europeo per la partnership con i Paesi dell’Est, dall’Europa all’Asia. Nella dichiarazione finale, che si può leggere qui – in Inglese, l’UE si impegna a promuovere e sviluppare con mutua cooperazione le infrastrutture per il progetto con i paesi cooperanti al di fuori dell’Unione.
La Turchia ha già dato il beneplacito, anzi volendo raggiungere un accordo entro Giugno. L’Azerbaijan ha dato l’assenso, così come la Georgia – vedi qui – e l’Egitto. Il gasdotto Nabucco passerebbe da tutti questi paesi, ma si tratterebbe solo della parte centrale. Il gas vero e proprio arriverebbe dall’Asia centrale.
I 27 si sono visti rifiutare l’appoggio di Uzbekistan, Kazakhstan e Turkmenistan, che non hanno firmato la dichiarazione finale di sostegno politico al progetto, chiamato ambiziosamente la “nuova via della seta”.
Se in questo si parla infatti di “trasparenza, competitività, previdibilità a lungo termine ” – della realizzazione e dei profitti – e di “condizioni e regole stabili”, i paesi centroasiatici fanno fatica a poter firmare, laddove in verità la corruzione è endemica e i profitti sono legati alla alleanza più o meno doppiogiochista con la vicina Russia.
Un gasdotto concorrente non farebbe piacere alla Gazprom, compagnia russa del gas, privata ma in mano agli oligarchi al governo. E anch’essa ha un progetto simile, chiamato South Stream. Ma per arrivare in Europa, ci sarà di mezzo un intermediario, da pagare a caro prezzo.
La costruzione del gasdotto Nabucco dovrebbe iniziare nel 2011, ma mancano ancora i 7,9 miliardi di euro necessari.

La parte centrale e finale del Southern Corridor.
Democrazia in pericolo in Turchia

Le proteste di sabato 18 Aprile a Istanbul
La Turchia è un paese noto negli ultimi tempi per i suoi tentativi di entrare nell’Unione Europea. Chi è favorevole, chi è contrario, chi vuole solo una partnership.
Ma è anche uno stato moderno, pieno di problematiche a causa della storia complessa che ha attraversato. Figlia dell’impero ottomano, poi rimessa in piedi dopo la prima guerra mondiale grazie alla rivoluzione di Ataturk, considerato il padre fondatore della nazione. Egli ha istituito uno stato secolarizzato, strettamente separato dalle frange politico-religiose. Infine, dopo la stagione dei colpi militari, la democrazia ha prevalso e si tengono regolari elezioni.
La Turchia è uno stato molto esteso che va dalla capitale culturale-economica Istanbul ai confini con la Siria e l’Iraq, in una parte considerata bollente a causa dei “guerriglieri” del PKK. Il loro leader, Ocalan, è ancora nelle prigioni turche.
Molti conflitti hanno segnato questa terra, fin dai tempi di Troia. L’ultimo è stato il breve conflitto con l’Armenia che ha provocato una strage, che si parli o meno di genocidio.
Il primo ministro Erdogan è stato eletto per la seconda volta l’anno scorso col suo partito, l’AKP, ispirato come corrente all’Islam. Se può sembrare strano per un partito politico, basta ricordarsi della nostra Democrazia Cristiana.
L’AKP ha dovuto sempre combattere con i “secolaristi”, ovvero coloro che non vorrebbero nessun immischiamento, seppur minimo, della religione con la politica. L’ultima lotta è avvenuta nel Marzo 2008, quando la Corte Costituzionale ha rigettato una petizione da un capo procuratore per mettere al bando il partito e 71 funzionari, inclusi il presidente Abdullah Gul e il primo ministro Erdogan, con l’accusa di cercare di stabilire uno stato Islamico.
Ora, sembra che la democrazia stia deragliando sempre di più. Forte di questa decisione, il governo si è fatto più spavaldo nel prendere decisioni drastiche. L’ultima delle quali sta accadendo proprio in questi giorni.

Continue proteste di migliaia di persone avvolgono Istanbul. Il 18 Aprile più di 5000 persone hanno sventolato bandiere turche, portando ritratti del vecchio leader Mustafa Kemal Ataturk, e gridando ad una voce che “la Turchia è secolare e rimarrà secolare”.
Ma cos’è successo nell’ultimo anno?
Tutto fa parte di un complotto, o forse no. Sicuramente riguarda la lotta tra i pii Musulmani che governano con Erdogan e l’elite secolare guardata da sempre dai militari.
Più di 200 persone sono state arrestate nell’ultimo anno. Praticamente, dopo che l’AKP è stato sciolto dall’accusa di islamizzazione, è partita una caccia alle streghe a chi ha voluto “destabilizzare” il governo. Da una parte è andata verso chi in effetti non ama la democrazia, ma dall’altra parte ha cominciato a fare piazza pulita degli oppositori.
Tutto ciò è noto come caso Ergenekon: una frangia nazionalista il cui scopo sarebbe fomentare il caos e forzare un colpo militare. Ergenekon è il nome di una terra patria ancestrale e leggendaria dei Turchi.

Mehmet Haberal
Le proteste di Sabato sono state indette dopo che le autorità questa settimana ha fatto dei raid nelle case e negli uffici di dozzine di persone, inclusi professori universitari come Mehmet Haberal, rettore e possessore dell’Ankara Baskent University, e presidenti di organizzazioni secolari non-governative che sponsorizzano studenti delle famiglie povere.
Haberal, 65 anni, che possiede anche una stazione televisiva pro-secolare, è stato portato all’ospedale a causa di un attacco di cuore, dovuto alla notizia del suo arresto. Haberal ha organizzato degli incontri con dei componenti dell’opposizione al governo, con l’intenzione pubblica di formare un nuovo movimento o partito politico.
L’indagine verso Ergenekon è iniziata nel 2007 quando la polizia trovò un deposito di munizioni nella casa di un militare in pensione. Da lì il passo è stato breve. Ergenekon è inoltre accusata di attacchi verso un giornale e un tribunale, e un complotto per uccidere il primo ministro e l’autore Orhan Pamuk, premio Nobel. Ricordo come invece quest’ultimo sia stato preso di mira proprio dal governo a causa delle sue dichiarazioni riguardo i curdi.
I legali dichiarano che dozzine di ufficiali militari, ufficiali di polizia, giornalisti e professori hanno complottano un colpo di stato. Oltre a molti politici dell’opposizione.
Il Partito Repubblicano, o CHP, e il Partito del movimento nazionalista, o MHP, hanno criticato il corso degli eventi dell’investigazione Ergenekon.
Come mi dice anche Banu, una ragazza da Istanbul, il processo Ergenekon è una mossa politica, non giuridica. E’ mossa dai politici con obiettivi politici. Se c’è questa organizzazione, chi l’ha fondata e diretta? Ora, più di 100 persone sono incluse nel processo.
Nessuno sa quale sia lo scopo di Ergenekon, ma c’è l’intenzione di espandere il caso per coprire vari segmenti della società. Il caso ha perso le sue caratteristiche giuridiche e si è allargato per coprire molte figure irrilevanti al caso stesso.
Davos. Erdogan, difensore dei palestinesi, lascia il Forum
E’ partito. Il World Economic Forum (WEF) ha preso il via. I Leader mondiali si incontrano come ogni anno per discutere dei problemi intorno al globo e stringere accordi. Tranne Erdogan.
Il primo ministro della Turchia è tornato in patria venerdì. Non gli è piaciuto l’andamento della discussione con il primo ministro Israeliano Peres. Già fortemente critico della politica aggressiva contro non tanto Hamas, quanto la popolazione della Striscia di Gaza, Erdogan ha avuto una reazione che, dai turchi, è considerata un po’ eccessivo ma sicuramente valida.
In patria è stato accolto come un eroe. Una grande folla con bandiere turche e palestinesi gli ha dato il benvenuto all’aeroporto, con striscioni che dicevano: “Che il mondo veda un vero primo ministro”.
Appena pochi giorni dopo l’arrivo in Turchia di George Mitchell, l’inviato speciale di Obama per il Medio Oriente, ecco l’incidente diplomatico. In realtà un portavoce dell’ambasciata americana ad Ankara ha detto che l’incontro è stato posticipato per problemi di programmazione.
A Davos, Erdogan si è apparentemente infuriato dopo che il moderatore ha tagliato la sua risposta a Peres a riguardo delle recenti operazioni militari di Israele. L’incontro, che doveva durare solo un’ora, stava per finire e l’ultima parola sembra sia stata data allo stesso Peres, che ha difeso l’intera operazione. Erdogan, tuttavia, ha insistito nel rispondere e, rosso in faccia e tenendo con una mano il braccio del moderatore, ha detto: “Mr. Peres, lei è più anziano di me. La sua voce viene fuori con un tono molto alto. E l’alto tono della sua voce ha a che fare con una coscienza colpevole. La mia voce, invece, non verrà fuori con lo stesso tono.”
Nonostante gli sforzi di far finire l’incontro, Erdogan ha continuato dicendo a Peres: “Quando viene momento di uccidere, lei sa bene come uccidere”. Dopodiché, il primo ministro turco ha raccolto le sue carte ed è uscito dalla sala per far ritorno nel suo paese, dicendo che “Davos, per me, è finito”.
Peres ha commentato, non è ancora chiaro se durante il monologo o dopo gli avvenimenti, dicendo che la Turchia avrebbe reagito allo stesso modo se ogni giorno fossero caduti razzi su Istanbul. Dal canto suo, Erdogan si è detto rammaricato che il moderatore non abbia saputo mantenere un’ordine di conversazione imparziale. Testimoni hanno detto che Peres è stato lasciato parlare per 25 minuti, nell’ultima parte, perché era l’unico a difendere la positività della guerra appena trascorsa. Il premier turco, invece, ha avuto 12 minuti nella parte iniziale per parlare delle sofferenze dei palestinesi.
Un’agenzia stampa semiufficiale ha dichiarato che Peres ha chiamato Erdogan per scusarsi di ogni incomprensione, ma poi è stata smentita.
Erdogan ha dichiarato che è il responsabile della protezione dell’onore della Repubblica Turca, e che fa “qualsiasi cosa sia necessaria, come ho fatto, e come continuerò a fare. Questo è il mio carattere. Questa è la mia identità.”
Il sito ufficiale del WEF non riporta la notizia, dando invece un comunicato tecnico dell’incontro, con le differenti posizioni di ognuno.
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